
Ci sono parole che a forza di essere pronunciate finiscono per perdere la cosa che volevano dire. Accade soprattutto alle parole della politica. Nascono per indicare qualcosa di preciso, poi cominciano a viaggiare. Passano dai libri ai giornali, dai giornali ai comizi, dai comizi ai social, e durante il tragitto raccolgono significati, rancori, caricature, paure. Alla fine diventano così larghe da poter contenere quasi tutto e, proprio per questo, non spiegano più niente. Sono come quelle valigie vecchie nelle quali si continua a infilare roba fino a quando non si ricorda più cosa ci fosse dentro all’inizio. Woke è diventata una di queste parole.
Oggi può voler dire politicamente corretto, femminismo, minoranze, pronomi, immigrazione, ambientalismo, università americane, statue abbattute, film nei quali il protagonista non è abbastanza bianco o abbastanza maschio. È diventata una specie di magazzino polemico dove ciascuno deposita ciò che gli dà fastidio e dal quale, quando serve, tira fuori il nemico del giorno.
Eppure all’inizio significava una cosa quasi disarmante nella sua semplicità: resta sveglio. Tieni gli occhi aperti. Accorgiti.
Nella storia afroamericana non era una raffinatezza intellettuale e neppure un esercizio linguistico. Era un avvertimento. Significava sapere che la legge poteva essere scritta nello stesso modo per tutti e tuttavia non proteggere tutti allo stesso modo; che una strada poteva essere la stessa strada e diventare un luogo diverso a seconda del colore della pelle di chi la percorreva; che perfino una divisa, un tribunale, uno sguardo potevano cambiare significato secondo il corpo sul quale si posavano.
Prima di diventare un insulto da talk show, essere woke significava dunque qualcosa di molto concreto: non addormentarsi mentre il potere decideva che cosa poteva accaderti.
È curioso allora che proprio questa parola sia tornata al centro della discussione politica per essere sottoposta a una specie di processo. Negli Stati Uniti una parte della sinistra ha cominciato da tempo a interrogarsi sui propri eccessi, su quella stagione nella quale l’attenzione necessaria alle discriminazioni ha finito qualche volta per trasformarsi in sorveglianza linguistica, il rispetto in ortodossia, la sensibilità in una prova continua di purezza. E anche in Italia è arrivata la tentazione di chiudere i conti con il woke, sostenendo che la sinistra debba tornare finalmente alle cose serie: salari, lavoro, precarietà, sanità, redistribuzione della ricchezza. È difficile contestare l’urgenza.
La sinistra dovrebbe parlare di salari anche quando nessuno glielo ricorda. Dovrebbe parlare degli stipendi che sembrano avere dimenticato come si cresce mentre tutto ciò che quegli stipendi devono comprare continua diligentemente a ricordarselo. Dovrebbe parlare degli affitti, del lavoro povero, delle pensioni, degli ospedali nei quali il tempo necessario per ottenere una visita si misura ormai con il calendario mentre quello della malattia continua ostinatamente a misurarsi con il corpo. Dovrebbe parlare della scuola pubblica, delle case, dei giovani che partono non sempre perché desiderano il mondo, ma perché il luogo dal quale partono sembra aver smesso di desiderare loro. Dovrebbe tornare soprattutto a pronunciare una parola che stranamente è diventata quasi sconveniente proprio mentre la cosa che indica si concentra sempre di più: ricchezza.
Chi la produce.
Chi la possiede.
Chi lavora molto e riceve poco.
Chi riceve moltissimo dal lavoro degli altri.
Tutto vero.
Il problema comincia quando tra queste cose e i diritti compare una parola piccolissima. Invece. Occupiamoci dei salari invece dei diritti civili. Del lavoro invece delle discriminazioni. Della povertà invece dell’identità. È un avverbio apparentemente innocuo, ma dentro porta con sé un’idea del mondo piuttosto curiosa: che gli esseri umani possano essere smontati e affrontati un pezzo alla volta.
Le persone, però, hanno questa ostinazione meravigliosa e politicamente scomodissima: arrivano intere.
Una donna che non arriva alla fine del mese ha un problema sociale. Se viene pagata meno perché è donna, non ha improvvisamente cambiato problema. Un migrante che raccoglie pomodori per pochi euro l’ora è un lavoratore sfruttato; se accetta quella paga perché un permesso di soggiorno fragile lo rende più ricattabile, non ha smesso di appartenere alla questione sociale per entrare nella fastidiosa casella delle identità. Un ragazzo che non trova casa perché gli affitti sono diventati impossibili ha un problema materiale; se quella stessa casa gli viene rifiutata perché vuole viverci con un altro uomo, non è improvvisamente precipitato nell’astrattezza dei diritti civili.
È sempre la stessa casa.
Lo stesso stipendio.
Lo stesso corpo.
La stessa vita.
Soltanto, adesso, la vediamo meglio.
Ed era precisamente questa, prima che venisse ricoperta da anni di polemiche, la parte più preziosa dell’essere svegli: vedere meglio. Accorgersi che una legge uguale può produrre effetti diversi, che un diritto scritto non coincide necessariamente con un diritto possibile, che mettere la stessa porta davanti a tutti serve a poco se qualcuno, per raggiungerla, trova una scala che non può salire.
Il capitalismo, del resto, queste differenze le vede benissimo. Forse perfino meglio della politica. Sa quanto costa un lavoratore, ma sa soprattutto quanto costa un lavoratore che può difendersi meno. Sa che chi teme di perdere un permesso protesta con maggiore difficoltà, che chi non conosce la lingua possiede meno strumenti, che una madre sola può avere meno possibilità di dire no, che la marginalità sociale può trasformarsi facilmente in uno sconto sul prezzo del lavoro. Il capitale non ha mai avuto bisogno di scegliere tra classe e identità. Le usa entrambe. Solo che lo fa per presentare il conto. Per questo appare singolare quella nostalgia per una sinistra antica, incontaminata, che si sarebbe occupata soltanto delle cose concrete prima che qualcuno arrivasse a distrarla con i diritti civili. La storia italiana racconta qualcosa di più complicato e, forse, di più bello. Ci furono anni nei quali avanzarono insieme lo Statuto dei lavoratori e il divorzio, la sanità pubblica e il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido e l’aborto. Si poteva discutere del padrone in fabbrica e del padrone dentro casa senza che nessuno sentisse il bisogno di stabilire quale dei due fosse più concreto. Il pane e la libertà non sembravano concorrenti. Erano due modi di pronunciare la stessa parola: dignità.
Naturalmente questo non assolve tutto ciò che negli ultimi anni è stato raccolto sotto l’etichetta woke. C’è stato anche un progressismo convinto che cambiare il vocabolario significasse aver cambiato il mondo, che ha sorvegliato le parole con maggiore attenzione di quanto sorvegliasse i rapporti di forza, che talvolta ha saputo indicare con precisione millimetrica il termine corretto con cui chiamare una persona senza avere la minima idea di quanto guadagnasse quella persona. Non basta.
Una società può imparare tutti i pronomi e continuare a pagare salari miserabili. Può rappresentare ogni minoranza nelle pubblicità e lasciare che metà di quelle persone non riesca a pagare l’affitto. Una multinazionale può dipingere il proprio marchio con tutti i colori dell’arcobaleno a giugno e licenziare un lavoratore a luglio. Le parole possono accompagnare la giustizia. Non possono sostituirla. Ma sarebbe altrettanto ingenuo concludere che, siccome qualche volta abbiamo confuso il nome delle cose con le cose, allora possiamo smettere di preoccuparci dei nomi. Perché le parole possiedono una strana capacità: preparano il terreno sul quale, prima o poi, cammineranno i fatti.
Clandestino.
Invasore.
Maranza.
Taxi del mare.
Remigrazione.
Ripetute abbastanza a lungo, fanno arretrare lentamente la persona fino a lasciarne soltanto la categoria. E una categoria soffre molto meno di un uomo. Una categoria non ha una madre. Non sente freddo. Non tiene un bambino per mano. Non ha attraversato un deserto. Non conserva una fotografia nel portafoglio. Non sogna una cucina, un lavoro, una domenica mattina senza paura. Una categoria può essere respinta. Espulsa. Rinchiusa. Bombardata. È questo il piccolo prodigio della disumanizzazione: aumentare la distanza fra noi e il dolore fino a renderlo sopportabile. Prima cambiamo il nome alle persone, poi diventa più semplice cambiare il modo in cui le trattiamo. Ed è forse per questo che oggi, mentre una parte della sinistra si domanda se abbia parlato troppo di identità, la destra parla moltissimo di identità. Della propria e di quella degli altri. Di famiglia, nazione, confini, appartenenza, normalità, migranti, sicurezza. E allora diventa difficile sostenere che la questione identitaria sia soltanto una distrazione progressista. Se qualcuno vuole stabilire chi appartiene davvero a una comunità e chi vi abita soltanto per concessione, chi è una famiglia e chi le assomiglia soltanto, chi può essere mostrato e chi sarebbe preferibile restasse discreto, non possiamo rispondere che abbiamo cose più importanti di cui occuparci. Abbiamo cose importantissime di cui occuparci. E anche questa.
Forse è proprio quella congiunzione il punto. E. Una lettera minuscola, quasi niente, capace però di tenere insieme ciò che la politica continua ostinatamente a separare.
Il salario e la libertà.
La casa e il diritto a non essere discriminati quando la si cerca.
Il lavoro e la dignità nel lavoro.
La sanità pubblica e la certezza che davanti alla sua porta nessuno valga meno.
La sicurezza e il diritto a non essere trasformati nel prezzo della sicurezza altrui.
Anche la parola sicurezza, del resto, avrebbe bisogno di essere liberata dal singolare. Esistono le sicurezze. È sicurezza sapere che se ti ammali qualcuno ti curerà prima che il conto corrente decida al posto del medico. È sicurezza avere una scuola pubblica che non consideri l’istruzione un privilegio geografico. È sicurezza poter pagare una casa senza consegnare ogni mese metà della propria vita a un proprietario. È sicurezza non morire in un cantiere. È sicurezza sapere che una pioggia violenta non porterà via una strada perché per trent’anni abbiamo chiamato risparmio ciò che era soltanto abbandono. È sicurezza poter invecchiare senza diventare poveri. È sicurezza amare qualcuno senza che lo Stato debba misurare quanto quell’amore sia degno rispetto a quello del vicino. Sono tutte sicurezze. Solo che alcune hanno bisogno di medici, insegnanti, manutenzione, assistenza, case popolari. Altre hanno bisogno di cancelli, telecamere, centri di detenzione, divise e armi. Le seconde funzionano molto meglio in televisione.
La prevenzione ha infatti un difetto politico terribile: quando riesce, non succede niente.
Una frana evitata non produce immagini. Un tumore diagnosticato in tempo non accende sirene. Un ragazzo che non abbandona la scuola non merita un’edizione straordinaria. La repressione invece possiede una sua magnifica fotogenia: lampeggianti, uniformi, confini, navi, qualcuno da fermare e soprattutto qualcuno dal quale promettere di proteggerci. È la stessa domanda che dovremmo conservare quando parliamo di difesa, di eserciti, di riarmo. Può darsi che in un mondo diventato nuovamente pericoloso sia necessario spendere di più. Ma la politica comincia esattamente nel punto in cui smettiamo di considerare inevitabile una risposta e torniamo a farle domande.
Un ospedale produce ricchezza.
Anche un missile.
Una scuola crea lavoro.
Anche una fabbrica di armamenti.
Mettere in sicurezza una montagna genera occupazione.
Anche costruire un carro armato.
L’economia registra tutto con l’innocenza meravigliosa dei numeri: somma e non distingue.
La politica dovrebbe servire precisamente a distinguere.
Perché non stiamo costruendo la stessa società. Ed è difficile non notare come il denaro diventi improvvisamente una risorsa scarsa quando parliamo di ospedali, scuole, università, case, manutenzione del territorio, e riacquisti invece una misteriosa capacità di moltiplicarsi quando pronunciamo la parola difesa.
Non occorre avere subito una risposta. Qualche volta essere svegli significa soltanto riuscire a conservare la domanda. Sicurezza per chi? Forse allora il problema non è decidere se il woke debba essere salvato o seppellito. Le parole, dopotutto, sono strumenti e nessuno dovrebbe innamorarsi troppo degli strumenti. Se una parola è diventata inutilizzabile, possiamo anche lasciarla andare. Non perderemo molto. Purché non perdiamo insieme a lei gli occhi che ci aveva costretto ad aprire.
Perché la disuguaglianza non è soltanto quanto possiedi. È anche quanto puoi. Quanto puoi parlare. Quanto puoi scegliere. Quanto puoi difenderti. Quanto devi nasconderti. Quanto facilmente puoi essere trasformato da cittadino in sospetto, da lavoratore in clandestino, da persona in problema.
Torniamo pure a Marx, dunque. Alla classe, ai salari, alla proprietà, ai profitti, al lavoro, alla distribuzione della ricchezza. Ce n’è un bisogno enorme. Ma portiamoci dietro ciò che nel frattempo abbiamo imparato a vedere. Sarebbe un paradosso tornare a combattere la disuguaglianza dopo esserci volontariamente resi meno capaci di riconoscerla.
In fondo è ancora la vecchia questione del pane e delle rose.
Una sinistra che offre soltanto rose rischia di diventare un salotto. Una sinistra che offre soltanto pane rischia di trasformare la dignità in una razione. Servono entrambi. Il pane perché bisogna vivere. Le rose perché sopravvivere non è ancora vivere.
Possiamo chiamarlo Woke 2.0, socialismo, umanesimo, giustizia sociale. Possiamo perfino non chiamarlo in nessun modo. Le parole contano, ma contano meno delle persone che dovrebbero riuscire a contenere. Di quella vecchia espressione, però, terrei almeno l’imperativo. Stay woke. Resta sveglio.
Non perché chi è sveglio abbia necessariamente ragione, e neppure perché essere svegli renda migliori. Ma perché dormendo si vedono soltanto i propri sogni. E forse la politica comincia proprio quando apriamo gli occhi abbastanza da accorgerci che, fuori dai nostri, esistono anche quelli degli altri.