
Tradurre è forse la forma più pura dell’amore non corrisposto. Si abita a lungo nella voce di un altro, se ne imparano il respiro, le esitazioni, perfino i silenzi; poi la si accompagna fino alla soglia di una lingua nuova e ci si ritira, lasciando che sia l’autore a ricevere l’abbraccio.
Il traduttore è un Cyrano delle parole. Suggerisce alla pagina ciò che deve dire per essere amata, ma resta nascosto sotto il balcone. Il lettore crederà di ascoltare la voce originale, senza sapere che qualcuno, nell’ombra, le ha prestato il proprio fiato.
Si dice che tradurre sia tradire. È vero, ma soltanto nel senso in cui tradisce chi racconta un sogno al risveglio: qualcosa inevitabilmente si perde, eppure senza quel racconto il sogno andrebbe perduto per intero.
Ogni traduzione è dunque un’impossibilità compiuta. Non porta le parole da una lingua all’altra: porta ciò che trema dietro le parole. E lo consegna a uno sconosciuto, con la discrezione di chi ha amato abbastanza da non chiedere che il proprio nome venga ricordato.