Il torto non è un lasciapassare…

Ci sono sconfitte che chiedono voce e altre che chiedono misura. Le più dolorose, quasi sempre, pretendono entrambe.
L’estromissione di Sigfrido Ranucci dalla guida di Report porta con sé l’odore inconfondibile delle stanze nelle quali il potere, dopo avere chiuso la porta, chiama scelta editoriale ciò che fuori da quella stanza somiglia molto a un regolamento di conti. La Rai ha da tempo il vizio di considerarsi la casa di chi governa anziché la casa di chi paga il canone; cambia il padrone provvisorio e subito si spostano i mobili, si coprono gli specchi, si decide quali voci debbano entrare dalla finestra e quali uscire dalla porta di servizio.
Per questo la rimozione di Ranucci non può essere liquidata come un normale avvicendamento. Quando a essere allontanato è chi ha fatto dell’inchiesta un esercizio ostinato di cittadinanza, la neutralità diventa una forma elegante di distrazione. Il potere non ama chi scava, perché sotto la superficie ripone ciò che spera venga dimenticato. E Report, negli anni, ha avuto proprio questo merito: ricordarci che dietro ogni verità ufficiale ce n’è spesso un’altra, meno pettinata, che attende qualcuno disposto a sporcarvisi le mani.
Ma il torto subito non rende giusta ogni parola pronunciata. Non consegna a nessuno una licenza d’ingiuria, né trasforma l’amarezza in un tribunale infallibile.
Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi non sono i mandanti della rimozione di Ranucci. Sono due giornalisti con una storia, un mestiere e un coraggio che non meritano di essere cancellati dalla circostanza della loro nomina. Lei viene dalla scuola stessa di Report, da quel metodo che pretende tempo, rigore e diffidenza verso le verità confezionate. Lui il giornalismo lo ha praticato anche mettendo il proprio corpo tra una domanda e la violenza di chi non voleva rispondere. Prima di giudicarli per la porta dalla quale entrano, bisognerebbe ricordare le strade che hanno percorso per arrivarci.
È possibile — anzi necessario — contestare chi ha deciso senza umiliare chi è stato scelto. Si può denunciare la manovra senza trasformare i successori in complici; difendere un uomo senza sacrificare due colleghi; opporsi all’arroganza del potere senza prenderne in prestito il metodo, che consiste sempre nel ridurre le persone al ruolo che conviene assegnare loro.
La meritocrazia, del resto, è una parola che in Italia viene invocata soprattutto quando serve a negare il merito altrui. La si agita come una sentenza, quasi mai come un criterio. Ma il valore non si misura dalla simpatia di chi nomina né dall’avversione di chi viene sostituito. Si misura nel lavoro. E il lavoro di Presutti e Piervincenzi parla già abbastanza perché gli si conceda almeno il diritto alla prova.
Forse chi li ha scelti spera che il cambiamento addomestichi Report, che la trasmissione perda i denti conservando il sorriso, che continui a scavare purché sappia fermarsi un centimetro prima di ciò che non deve essere trovato. Può darsi. Ma le intenzioni di chi nomina non sono ancora il destino di chi viene nominato. Talvolta il potere crede di avere scelto persone docili e scopre, troppo tardi, di avere consegnato loro un microfono.
Adesso toccherà ai due nuovi conduttori dimostrare che Report non è soltanto il nome di chi lo guida, ma un modo di guardare il Paese: dalla parte delle crepe, dei conti che non tornano, delle domande lasciate senza risposta. Toccherà loro disobbedire alle aspettative di chi li vorrebbe riconoscenti, perché un giornalista deve gratitudine soltanto ai fatti e ai cittadini che ha il dovere di informarli.
A Ranucci resta una battaglia importante, forse la più difficile: difendere la libertà di stampa senza confonderla con la propria indispensabilità. Perché nessuno dovrebbe essere cacciato per avere fatto bene il proprio mestiere, ma nessun mestiere libero può dipendere da un solo uomo.
Il potere che allontana una voce scomoda ha torto. Ma proprio per questo chi gli si oppone deve custodire le parole con maggiore cura. La dignità del dissenso non consiste nel gridare più forte: consiste nel non somigliare, neppure per un istante, a ciò che si combatte.

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