La famiglia che non ci somiglia…

Ci sono famiglie che non si spezzano: si scuciono. Un punto alla volta, quasi senza rumore. Prima viene la stanchezza, poi il mutuo, le giornate tutte uguali, le parole rinviate a una sera meno affollata che non arriva mai. Infine resta quella forma domestica dell’educazione sentimentale che consiste nel chiamare stabilità ciò che ormai è soltanto abitudine.
Da fuori, naturalmente, sembra tutto intero. È questa la specialità delle famiglie: offrire al mondo una facciata appena ridipinta mentre, dietro le finestre, ciascuno dorme nella propria crepa.
La famiglia italiana è stata a lungo considerata un riparo. Lo è stata, qualche volta. Molte altre è diventata un luogo di sorveglianza, un piccolo Stato senza Costituzione in cui i ruoli precedevano le persone e il bene comune coincideva quasi sempre con il silenzio di qualcuno. La donna custodiva, l’uomo provvedeva, i figli confermavano, i parenti giudicavano. Tutto funzionava purché nessuno domandasse se fosse felice.
Soprattutto in provincia, dove provincia non è un luogo geografico ma un’unità di misura dello sguardo altrui. Un paese può avere centomila abitanti ed essere ancora un cortile: basta che ciascuno sappia della vita degli altri soltanto ciò che serve per condannarli. Lì l’apparenza non è vanità, è disciplina sociale. Non importa ciò che è accaduto; importa che cosa si vedrà dalla strada, che cosa diranno al bar, quale versione dei fatti riuscirà a entrare per prima nelle case.
Per questo una verità diventa scandalosa non quando esiste, ma quando non può più essere nascosta.
Se due bambini venissero al mondo portando sul volto due storie diverse, il problema, per molti, non sarebbe il tradimento, né il dolore, né il fragile equilibrio di una coppia che non ha saputo dirsi in tempo di essere in pericolo. Il problema sarebbe il colore. La prova visibile. Il corpo che impedisce alla menzogna di continuare a vestirsi bene.
Il colore della pelle non creerebbe il disordine: toglierebbe al disordine il privilegio dell’invisibilità.
La nostra società sa perdonare quasi tutto ciò che le somiglia. Assolve i segreti purché siano discreti, tollera le infelicità purché restino coniugali, chiude un occhio sul desiderio purché non produca conseguenze che possano essere fotografate. Ciò che davvero la disturba non è il peccato, ma la sua evidenza. Non l’ipocrisia, ma la perdita del controllo sull’ipocrisia.
Eppure il dolore esiste e non va addolcito. La libertà non cancella la ferita, il desiderio non assolve dalla responsabilità, la verità non restituisce automaticamente ciò che è stato tradito. Ma una ferita è una cosa diversa da un diritto di proprietà. Amare qualcuno non significa possederne il corpo, amministrarne il desiderio, rivendicarne la vita come un territorio sottratto. Significa anche accettare la possibilità terribile che l’altro resti altro: imperfetto, contraddittorio, talvolta colpevole, mai nostro.
Qui comincia il discorso più difficile, perché riguarda gli uomini e il modo in cui sono stati educati a soffrire. A molti maschi è stato insegnato che possono conoscere soltanto due forme di dolore: quello da nascondere e quello da infliggere. La fragilità è stata espulsa dal loro vocabolario e sostituita dall’orgoglio; la vergogna trasformata in rabbia; l’abbandono vissuto come un furto.
Così, in un tempo in cui la cronaca ci consegna quasi ogni giorno uomini incapaci di sopravvivere alla libertà di una donna, il gesto davvero rivoluzionario sarebbe semplicissimo: un uomo ferito che non trasformi la propria ferita in un’arma. Un uomo che soffra senza punire, che vacilli senza distruggere, che sappia domandarsi chi vuole essere dopo che la vita gli ha sottratto la parte assegnata.
Sembra poco. È quasi fantascienza.
Non perché gli uomini siano condannati alla violenza, ma perché la violenza è stata a lungo raccontata come una conseguenza comprensibile dell’umiliazione. Come se il dolore maschile contenesse una licenza, mentre quello femminile dovesse limitarsi a contenere il sangue.
Riscrivere i rapporti fra uomini e donne significa spezzare questa grammatica. Significa ammettere che entrambi possono sbagliare, desiderare, fuggire, avere paura; ma che nessuno, per questo, può diventare il tribunale dell’altro. La maturità non consiste nel non cadere. Consiste nel non trascinare qualcuno con sé per rendere meno vergognosa la caduta.
Anche la paternità, allora, meriterebbe di essere liberata dall’antico equivoco del possesso. Il sangue certifica una provenienza, non garantisce una presenza. La biologia sa indicare da dove veniamo; non sa dirci chi resterà quando avremo la febbre, chi ci insegnerà ad andare in bicicletta, chi saprà riconoscere la nostra paura prima ancora che impariamo a nominarla.
Padre non è soltanto un sostantivo. È un verbo quotidiano.
Forse la famiglia può ancora avere un futuro, ma soltanto se smette di considerarsi una reliquia. Non è una forma da conservare a ogni costo: sono le persone, semmai, che vanno salvate. A volte resteranno insieme, altre volte dovranno separarsi. Talvolta un legame finirà perché possa cominciare una responsabilità più onesta. Non tutte le famiglie devono durare; tutte dovrebbero evitare di diventare prigioni.
La famiglia del futuro non sarà necessariamente più ordinata. Sarà, speriamo, più vera. Avrà genealogie meno lineari, tavole più lunghe, cognomi che non coincidono, padri che non pretendono, madri che non si immolano, figli che non dovranno riparare le vite degli adulti. Non somiglierà alla fotografia esposta sul mobile buono, ma forse somiglierà finalmente a chi la abita.
E magari saranno proprio due bambini, venuti al mondo nello stesso giorno e da storie diverse, a insegnarci ciò che continuiamo ostinatamente a dimenticare: che non si è fratelli perché si possiede lo stesso sangue, né famiglia perché si custodisce lo stesso segreto.
Si diventa famiglia quando, davanti a una verità che avrebbe potuto dividerci, scegliamo di non usarla per distruggerci.
Il futuro, certe volte, nasce così: non innocente, non ordinato, non uguale a come lo avevamo immaginato. Ma vivo. E con due occhi spalancati che non conoscono ancora il colore dei nostri pregiudizi.

Lascia un commento