
Ci sono sentenze che fanno rumore e sentenze che, quando arrivano, costringono perfino le parole ad abbassare la voce. Non si festeggia davanti a un figlio che non tornerà. Si prende fiato, semmai. Si lascia che il sollievo trovi posto accanto al dolore, senza pretendere di scacciarlo.
Dopo quasi undici anni, una corte italiana ha condannato tre appartenenti agli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro, la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni. È una giustizia ancora incompleta: i responsabili non sono nelle mani dello Stato italiano, molte complicità restano protette e il potere che rese possibile quel delitto continua a opporre silenzio, menzogne e ostacoli. Eppure qualcosa è accaduto. Qualcosa di importante, solido, finalmente sottratto alla nebbia: un tribunale ha pronunciato dei nomi, ricostruito delle responsabilità, riconosciuto che non fu una disgrazia, non fu un incidente, non fu una storia confusa accaduta in un Paese lontano. Fu un crimine di Stato.
Giulio apparteneva a una generazione abituata a considerare i confini non come muri, ma come righe leggere disegnate sulle carte geografiche. Una generazione cresciuta tra università straniere, lingue imparate per necessità e per curiosità, treni presi all’ultimo minuto, stanze in affitto, aeroporti, amicizie sparse per l’Europa. Ragazze e ragazzi che non si sentono ospiti soltanto perché sono altrove e che dell’altrove fanno una parte della propria casa.
Non sono migliori per nascita, né più puri di chi li ha preceduti. Diventano migliori quando conservano la curiosità, quando non accettano che il mondo finisca nel luogo in cui sono nati, quando studiano gli altri senza considerarli estranei. Quando fanno domande. Ed è proprio questo che le dittature non sopportano.
I regimi non hanno paura soltanto degli oppositori organizzati, delle piazze, dei partiti clandestini. Hanno paura di chi osserva. Di chi prende appunti. Di chi parla più lingue e, dunque, possiede più parole per chiamare le cose con il loro nome. Hanno paura dei corpi che si muovono liberamente, delle menti che attraversano i confini, delle persone che non domandano il permesso prima di voler capire.
Il potere autoritario ama l’immobilità. Vorrebbe ciascuno nel posto assegnato, con le domande previste e le risposte già scritte. Giulio, invece, camminava. Studiava. Cercava. Entrava nei luoghi, ascoltava le persone, ricostruiva relazioni e conflitti. Non era pericoloso perché possedesse un’arma, ma perché possedeva uno sguardo.
La tortura, in fondo, è anche questo: il tentativo feroce di togliere a un uomo non soltanto la vita, ma il significato della sua vita. Non basta ucciderlo. Bisogna cancellarne il volto, spezzarne l’identità, trasformarne il corpo in un avvertimento rivolto agli altri: non cercate, non domandate, non attraversate.
Sul corpo di Giulio qualcuno volle tracciare un confine.
I suoi genitori, però, decisero che quel confine non sarebbe rimasto invalicabile. Per quasi undici anni hanno pronunciato le stesse parole senza consumarle. Sono entrati nei tribunali, hanno incontrato magistrati, giornalisti, politici, studenti. Hanno attraversato governi, promesse, silenzi diplomatici e strette di mano imbarazzanti. Non hanno gridato più forte degli altri: hanno semplicemente smesso di arretrare. La loro è stata una forma altissima di resistenza civile. Perché la pazienza non è rassegnazione quando rifiuta di lasciarsi stancare. La compostezza non è debolezza quando costringe un intero Paese a continuare a guardare. E l’amore, quando non accetta l’oblio, può diventare una delle forme più esigenti della politica.
Ora comincia la parte più difficile. Esiste la diplomazia. Esistono gli equilibri del Mediterraneo, l’energia, le migrazioni, la sicurezza, gli interessi economici. Una politica seria non può fingere che la geografia non esista e che gli Stati possano scegliere soltanto interlocutori irreprensibili. Ma la complessità non può diventare il nome educato della rinuncia.
Parlare con un regime può essere necessario. Accettarne la menzogna non lo è. Stringere una mano può appartenere alla diplomazia; voltare lo sguardo appartiene sempre alla responsabilità personale e politica. Uno Stato non protegge i propri cittadini soltanto rilasciando passaporti o aprendo consolati. Li protegge facendo sapere che la loro vita non è una merce di scambio, che la loro dignità non può essere sacrificata sull’altare di un contratto conveniente.
Una democrazia si misura anche dal prezzo che è disposta a pagare per non abbandonare uno solo dei suoi cittadini.
Questa sentenza non conclude la storia. È un primo grado di giudizio, non restituisce Giulio alla sua famiglia e non consegna materialmente i colpevoli alla pena. Ma l’incompletezza della giustizia non significa la sua inutilità. Da oggi il silenzio ha di fronte una parola pronunciata in nome della legge. Il regime potrà ancora proteggere uomini, nascondere documenti, rifiutare la collaborazione. Non potrà più pretendere che l’ostruzione venga confusa con l’innocenza.
Per chi entra ogni mattina in un’aula, questa vicenda contiene anche una lezione difficile. Insegniamo ai ragazzi a studiare, a viaggiare, a imparare le lingue, a conoscere ciò che è diverso. Dovremmo insegnare loro anche che la curiosità non è sempre innocua, che esistono poteri capaci di considerare una domanda più minacciosa di un’arma. Ma non per questo dobbiamo educarli alla prudenza del silenzio. La scuola dovrebbe formare persone difficili da intimidire, non sudditi abili nell’obbedienza.
Ogni volta che un ragazzo domanda perché, cambia città, apre un libro non previsto, attraversa una frontiera o sceglie di conoscere qualcuno che gli avevano insegnato a temere, l’autoritarismo perde un piccolo pezzo di terreno.
Giulio Regeni non tornerà. Nessuna sentenza può ricomporre un corpo, restituire gli anni sottratti, liberare una famiglia dal dolore. Ma può impedire che alla morte venga aggiunta l’umiliazione dell’oblio. Può dire che quel ragazzo è esistito, che aveva il diritto di conoscere il mondo e che nessun apparato, nessuna ragione di Stato, nessuna diplomazia interessata poteva trasformare quel diritto in una colpa. I regimi hanno paura dei ragazzi che camminano perché non sanno dove andranno, quali domande faranno, quali verità riporteranno indietro. La verità, invece, ha paura soltanto di essere lasciata sola. Paola e Claudio Regeni, per quasi undici anni, non l’hanno abbandonata. È grazie a loro se oggi ha finalmente trovato una porta aperta ed è entrata, in piedi, in un’aula di giustizia.