
Le creme, a quanto pare, non scioglievano la pancia. Il premio consegnato in Campidoglio, invece, è riuscito a sciogliere quel poco di pudore che ancora resisteva nelle istituzioni.
Wanna Marchi e sua figlia Stefania Nobile hanno ricevuto un “Premio Internazionale della Cultura”. Non nel retrobottega di una televisione locale, fra un amuleto portafortuna e una batteria di pentole, ma in una delle sale più prestigiose del Campidoglio. Sotto lo sguardo severo della storia di Roma, quella vera, con i suoi consoli, gli imperatori, i tribuni e le congiure, si è celebrata l’ultima impresa nazionale: trasformare la notorietà in merito e il passato in una nota a piè di pagina.
Bisogna riconoscere che la scena possiede una sua perfezione. Per anni le due signore hanno venduto promesse improbabili a persone disposte a crederci. Oggi qualcuno ha venduto loro un premio. Il cerchio si è chiuso, con la puntualità di una televendita e la solennità di una fascia tricolore.
Che chi ha scontato una condanna possa tornare a vivere, lavorare, scrivere e parlare è un principio civile che non dovrebbe essere messo in discussione. Una società che nega per sempre ogni possibilità di ricominciare non è giusta: è soltanto vendicativa. Ma ricominciare non significa essere incoronati. La riabilitazione restituisce diritti, non distribuisce medaglie. E la cultura, se conserva ancora un significato, non è una lavanderia automatica nella quale infilare il passato e ritirarlo poco dopo profumato di applausi.
A rendere tutto ancora più limpido — nel senso in cui è limpida l’acqua dopo che vi è caduto dentro un barattolo di vernice — c’è il fatto che il riconoscimento sarebbe stato organizzato dallo stesso editore che pubblica i libri delle premiate. Una specie di grande riunione di famiglia: io pubblico te, tu premi te stessa, il Campidoglio presta le pareti e alla fine una fotografia conferisce all’operazione il rassicurante aspetto della cultura. Mancava soltanto un numero verde in sovrimpressione.
Il punto, tuttavia, non sono nemmeno Wanna Marchi e sua figlia. Loro hanno fatto ciò che sanno fare meglio: prendere la notorietà, incartarla con cura e rimetterla sul mercato. Il punto è il consigliere capitolino che ha concesso la sala e che, dopo le polemiche, ha spiegato di non conoscere l’elenco dei premiati. È una difesa curiosa. Come se un chirurgo, uscendo dalla sala operatoria, assicurasse i parenti di non avere saputo chi stesse operando. Un cittadino può non leggere le clausole di un contratto e ritrovarsi abbonato per tre anni a un servizio inutile. Un rappresentante delle istituzioni, prima di consegnare una sala del Campidoglio, dovrebbe almeno informarsi su chi intenda salirvi per ricevere applausi. Non è diffidenza: è amministrazione. Non è censura: è il minimo sindacale della responsabilità.
Perché una sala pubblica non è soltanto una stanza con sedie, microfoni e lampadari. È un simbolo. Prestarla significa offrire, insieme alle chiavi, una parte dell’autorevolezza dell’istituzione. Il Campidoglio non diventa neutrale solo perché qualcuno firma un modulo. Le sue mura parlano anche quando chi le amministra preferisce non fare domande.
Viviamo, del resto, nell’età dei premi. Se ne assegnano così tanti che ormai non certificano più il valore: certificano soltanto la disponibilità a partecipare alla cerimonia. Premi internazionali di cui nessun’altra nazione ha notizia, accademie composte dagli stessi accademici che si premiano a turno, medaglie che passano di mano in mano fino a tornare, con elegante puntualità, al punto di partenza. È il condominio del prestigio: oggi applaudo te, domani tu applaudi me, dopodomani inauguriamo insieme una targa.
La cultura, però, dovrebbe essere esattamente il contrario. Dovrebbe disturbare le messinscene, smontare gli incantesimi, insegnare a distinguere un riconoscimento da una réclame, un’autorità da una scenografia. Dovrebbe renderci meno creduloni, non fornire nuove cornici alla credulità. Se ogni cosa può essere cultura, allora la cultura non significa più niente. Diventa un’etichetta dorata da applicare sul primo prodotto disponibile, possibilmente davanti a un fotografo.
Il consigliere sostiene di essere stato ingannato. Può darsi. In fondo, anche lui è finito dentro una storia che conosciamo bene: qualcuno promette una cosa prestigiosa, omette qualche dettaglio e alla fine lascia il malcapitato con un oggetto molto diverso da quello immaginato.
La differenza è che questa volta il conto non lo ha pagato lui. Lo ha pagato Roma, con una moneta piccola ma difficile da recuperare: la credibilità delle sue istituzioni.
Forse, però, una soluzione esiste. Si potrebbe assegnargli un riconoscimento. Non internazionale, sarebbe troppo. Un sobrio premio comunale alla cultura del “non ne sapevo nulla”. Sempre che, prima di concedere la sala, qualcuno si ricordi di leggere l’elenco dei premiati.