
Di Vittorio Sgarbi, oggi, mi torna in mente un tasto: REC.
Da ragazzo registravo Sgarbi quotidiani. Tornavo dalle lezioni universitarie, studiavo, poi riguardavo quelle puntate. Avevo appena chiuso i libri e mi sedevo ad ascoltare un uomo che parlava di arte come se ogni quadro avesse ancora qualcosa di urgente da dirci. A volte alzava la voce. Io restavo lì anche per come sceglieva le parole, per il modo in cui sosteneva una ragione fino all’ultima sillaba.
Non ho mai condiviso molte delle sue scelte politiche. Certe sue polemiche mi hanno irritato, altre stancato. Eppure ho sempre ammirato la sua cultura, la sua scrittura, quella capacità di farti guardare più a lungo un’opera che credevi di aver già visto. Si può dissentire da un uomo e riconoscere quanto ci ha insegnato a vedere.
Leggo che è ricoverato al Gemelli, in terapia intensiva. I motivi del ricovero non sono noti. So, perché ne ha parlato lui stesso, della depressione che ha attraversato. È a questo che penso: alla fatica di immaginare fermo un uomo che, ai miei occhi di ragazzo, sembrava fatto di movimento, di ostinazione, perfino di eccesso.
Forse è una fatica mia. Avevo scambiato la sua energia per una garanzia, come se un carattere vigoroso potesse tenere lontano il dolore. Ma la voce con cui una persona affronta il mondo non ci dice quanto le costi arrivare a sera.
Mi dispiace saperlo sofferente. Vorrei che avesse tutto il tempo e la cura di cui ha bisogno, lontano anche dalle nostre aspettative su come dovrebbe essere Vittorio Sgarbi. Io, intanto, conservo quel piccolo debito di gratitudine: certi pomeriggi, dopo l’università, mi ha insegnato a fermarmi davanti a un quadro.