
C’è una forma di solitudine civile che nasce quando la vita quotidiana e il racconto del potere smettono di abitare lo stesso paese. Da una parte il lavoro che non basta, i figli che partono, le attese che si allungano, il futuro che si restringe; dall’altra una lingua instancabilmente festosa, nella quale ogni difficoltà diventa un equivoco e ogni obiezione un’offesa. In quella distanza cresce la sfiducia: nell’impressione, sempre più amara, che la propria esperienza non abbia diritto di parola.
Chi governa dovrebbe avere il coraggio di sostare davanti alle cose, anche quando le cose contraddicono le promesse. Dare un nome alle fragilità, riconoscerne la profondità, spiegare quanto tempo occorrerà per affrontarle. Esiste una dignità del limite che la politica sembra aver dimenticato: sapere che cosa si può fare, dichiarare ciò che ancora sfugge, assumersi il peso delle scelte senza pretendere in anticipo l’assoluzione.
Un paese può comprendere la fatica. La conosce nelle case, negli ospedali, nelle scuole, nei bilanci delle famiglie. Può comprendere persino l’errore, quando qualcuno trova la serietà di risponderne. Diventa invece difficile credere a chi considera ogni domanda una minaccia e consuma le proprie energie nella manutenzione della propria innocenza.
Anche a chi si oppone spetta una responsabilità della parola. La denuncia domanda precisione; l’alternativa domanda pensiero. Quando tutto si esaurisce nell’attesa del fallimento altrui, la vita comune rimane senza custodi.
Occorrerebbero discorsi capaci di durare oltre l’applauso: parole da riprendere in mano dopo mesi, da confrontare con le decisioni, da misurare sulle conseguenze. Parole abbastanza limpide da lasciar vedere anche le rinunce che ogni scelta comporta.
La fiducia comincia forse qui, quando chi esercita il potere accetta di essere giudicato sulla realtà che contribuisce a costruire. E riconosce, in chi ascolta, una persona capace di comprendere, di dissentire, di sostenere una fatica condivisa.
Restituire ai cittadini questa dignità sarebbe già un atto di governo.