
C’era un tempo in cui, per mettere in difficoltà un esercito, bisognava distruggerne i ponti, interromperne le ferrovie, bombardarne le centrali elettriche. Oggi può bastare modificare un parametro informatico. Centosessanta chilometri orari. Una soglia apparentemente innocua, quasi una disposizione del codice della strada. E invece una decisione capace di compromettere la difesa di un Paese in guerra.
È quanto accaduto in Ucraina, dove il 14 ottobre i sistemi di comunicazione satellitare impiegati dalle forze armate hanno cominciato a perdere la connessione quando i terminali superavano una determinata velocità. Non un semplice rallentamento di Internet, ma una limitazione che ha ostacolato l’impiego dei droni, compresi quelli utilizzati per intercettare gli apparecchi russi. Una modifica tecnica, dunque. Con conseguenze che di tecnico hanno ben poco, soprattutto per chi vive sotto i bombardamenti.
Le ricostruzioni giornalistiche attribuiscono a Elon Musk la decisione di imporre quelle restrizioni. Lui rimanda le responsabilità al governo americano, Trump nega di aver impartito ordini, il segretario di Stato Rubio spiega che un’azienda privata ha il diritto di stabilire le condizioni di utilizzo dei propri servizi. Nel frattempo, lo stesso presidente americano avrebbe telefonato a Musk per chiedergli di ripristinare la piena operatività del sistema. Le limitazioni sembrano attenuarsi, ma le responsabilità restano incerte.
Uno spettacolo piuttosto istruttivo. La più grande potenza militare del mondo che non riesce a chiarire chi abbia deciso di limitare un’infrastruttura essenziale alla difesa di un Paese alleato. Una catena di comando che assomiglia sempre meno a un’organizzazione istituzionale e sempre più a una conversazione privata tra persone molto potenti.
Il problema, naturalmente, non è soltanto Musk. Sarebbe persino rassicurante poterlo circoscrivere al carattere, alle simpatie politiche o alle intemperanze di un miliardario che considera le proprie opinioni sufficientemente importanti da doverle condividere con l’intero pianeta. Il problema è che abbiamo permesso alla proprietà di un’infrastruttura di trasformarsi, almeno potenzialmente, in un’autorità politica. Senza elezioni, senza mandato, senza un controllo pubblico adeguato.
E occorre distinguere. SpaceX ha realizzato una tecnologia straordinaria, contribuendo in maniera decisiva a mantenere operative le comunicazioni ucraine dopo l’invasione russa. Sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Ma proprio questa importanza rende intollerabile l’ambiguità attuale. Un conto è fornire un servizio essenziale alla sicurezza, un altro è poter condizionare autonomamente le modalità con cui quel servizio viene impiegato, fino a incidere sull’efficacia della difesa di una nazione.
La libertà d’impresa è una conquista delle società liberali. Non è una delega in bianco a esercitare funzioni sovrane.
Nel 1944, durante la Seconda guerra mondiale, Franklin Roosevelt arrivò a disporre l’intervento federale contro la Montgomery Ward, una grande azienda americana il cui vertice si opponeva alle disposizioni governative in materia di rapporti di lavoro. Il presidente della società, Sewell Avery, venne letteralmente portato fuori dal proprio ufficio da due militari. Un episodio controverso, maturato in circostanze storiche e giuridiche profondamente diverse dalle attuali, che tuttavia ricorda una distinzione fondamentale: l’autonomia economica non può essere considerata un potere superiore a quello delle istituzioni democratiche.
Non si tratta, oggi, di auspicare confische arbitrarie o di trasformare una controversia politica in una requisizione. Si tratta di stabilire, attraverso leggi, contratti vincolanti e controlli indipendenti, che le infrastrutture strategiche non possano diventare strumenti di pressione personale. Chi garantisce la continuità del servizio? Chi può autorizzarne la sospensione? Chi risponde delle conseguenze? E soprattutto chi ha il diritto di decidere?
Domande elementari, alle quali sembra incredibilmente difficile ottenere risposte.
Anche l’Europa dovrebbe interrogarsi seriamente. Da anni discutiamo di autonomia strategica, sovranità digitale, indipendenza tecnologica. Intanto scopriamo che una parte delle capacità operative indispensabili alla sicurezza del continente dipende da sistemi sui quali abbiamo un controllo limitatissimo. Il programma satellitare europeo IRIS² rappresenta un tentativo concreto di ridurre questa dipendenza, ma non offre ancora un’alternativa immediata alla rete americana. La distanza tra le dichiarazioni politiche e le capacità effettive, ancora una volta, è considerevole.
C’è poi una questione più profonda, che riguarda la natura stessa delle nostre democrazie. Abbiamo progressivamente accettato che una parte crescente delle infrastrutture attraverso cui comunichiamo, ci informiamo, lavoriamo e perfino ci difendiamo sia concentrata nelle mani di pochissimi soggetti privati. Abbiamo confuso l’efficienza con l’affidabilità, la disponibilità di un servizio con la garanzia di poter continuare a utilizzarlo. Ci siamo convinti che bastasse pagare per conservare il controllo.
Ma il denaro compra un servizio. Non necessariamente il diritto di decidere come debba funzionare.
E quando quel servizio diventa indispensabile, il rapporto tra fornitore e cliente cambia natura. Chi possiede l’infrastruttura può finire per possedere anche un potere di interdizione sulle scelte di chi la utilizza. È qui che l’oligarchia smette di essere una generica definizione sociologica e comincia ad assumere contorni molto concreti.
Il fatto che un singolo imprenditore possa avere un’influenza tanto vasta sulla sicurezza internazionale dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalle proprie idee politiche. E dovrebbe preoccupare soprattutto chi governa. Perché uno Stato democratico può certamente affidare a un privato la costruzione e la gestione delle proprie infrastrutture. Non può permettere che l’incertezza su chi le controlla si trasformi in incertezza su chi esercita il potere.
La sovranità non dovrebbe avere condizioni d’uso modificabili unilateralmente. E neppure un numero verde al quale telefonare quando qualcuno decide di cambiare le regole.