
Ci sono incontri che accadono in luoghi sbagliati solo in apparenza.
Sotto una stazione, per esempio. Dove tutto passa, tutto parte, tutto arriva, tutto sembra provvisorio e invece, certe volte, proprio lì, nel sottosuolo rumoroso di una città che non sa mai stare ferma, ti capita di vedere uno dei tuoi scrittori preferiti a pochi metri da te.
E allora succede una cosa strana.
Lo riconosci prima ancora di guardarlo bene. Come si riconoscono certe case viste da bambini, certi odori di scale antiche, certi vicoli in cui non sei mai stato ma che hai abitato leggendo. Ti pare di conoscerlo da sempre perché lo hai incontrato molte volte senza che lui lo sapesse: nelle sue pagine, nelle sue frasi, nei suoi personaggi, in quella maniera tutta sua di prendere Napoli e farle dire quello che Napoli, per pudore, spesso tace.
Eppure, appena lo hai davanti, torna la distanza.
Non quella della fama. Non quella sciocca dei nomi stampati sulle copertine. Una distanza più sottile, più educata, quasi sacra. La distanza che separa chi ha ricevuto da chi ha dato senza sapere a chi stesse dando. La soggezione di chi vorrebbe dire: lei mi ha accompagnato, lei mi ha fatto compagnia, lei ha messo parole dove io avevo solo una specie di nodo, ma poi capisce che certe cose non si possono dire in mezzo alla gente, sotto una stazione, tra un rumore di valigie e un odore di ferro, caffè e partenze.
Allora resti in punta di piedi.
Dentro il mondo, ma sul bordo.
Presente, ma senza invadere.
Felice, ma composto.
Gli scambi una battuta. Una soltanto. Lui sorride. E quel sorriso, piccolo, gentile, improvviso, ti sembra già un autografo migliore di ogni firma. Perché non sempre bisogna ottenere qualcosa dagli incontri. A volte basta non rovinarli. Basta attraversarli con grazia. Basta esserci senza pretendere di possedere il momento.
È curioso: uno scrittore lo senti vicino quando lo leggi, quando è lontano, quando è solo voce, carta, notte, pagina piegata sul comodino. Poi lo incontri davvero, nel mondo fisico, e diventa lontanissimo. Non perché si sottragga, ma perché all’improvviso capisci che la letteratura ha questo miracolo crudele: ci fa intimi di persone che non ci conoscono.
Noi sappiamo qualcosa di loro.
Loro non sanno nulla di noi.
Eppure ci hanno abitato.
Forse è per questo che davanti a uno scrittore amato non si sa mai bene cosa fare. Ringraziarlo sarebbe troppo poco. Raccontargli tutto sarebbe troppo. Tacere sembrerebbe una mancanza. Parlare, un’invadenza.
Allora si resta lì, con quella goffaggine tenera di chi ha portato dentro molti libri e, davanti all’uomo che li ha scritti, torna improvvisamente analfabeta.
Ieri Maurizio de Giovanni, andando via, mi ha detto: «Arrivederla».
Una parola semplice, antica, quasi fuori moda.
Eppure dentro quella parola c’era tutto: la distanza, il garbo, la città, la pagina, il caso, il privilegio minimo e immenso di avere sfiorato per un istante una voce che, molte altre volte, era stata lei a venire a cercarmi.
Arrivederla.
Come se davvero, prima o poi, certi libri e certe vite sapessero ritrovarsi.











