Il cielo non è un alibi

Mi fermo, leggendo Serra, sull’età di Najmeh Amini: ventitré anni. Prima della teologia, della geopolitica, delle ragioni esibite dai governi, bisognerebbe restare un momento lì. Davanti a un’esistenza quasi interamente da vivere. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano una condanna a morte per un post ritenuto blasfemo; Iran Human Rights precisa che la sentenza non è definitiva, mentre l’agenzia Fars ne ha negato l’emissione. Pretendere trasparenza sul suo caso, protezione e garanzie significa occuparsi di una persona prima che di una bandiera.
Ma ciò che Serra mette a fuoco non dipende da questa sola vicenda. In Iran si viene realmente uccisi per blasfemia: nel maggio del 2023 furono messi a morte Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli Zare, con esecuzioni annunciate dalla stessa magistratura iraniana. Non siamo davanti a una minaccia astratta, a un’iperbole buona per inasprire una discussione. Siamo davanti alla possibilità che alcune parole diventino, per decisione dello Stato, l’ultima cosa concessa a chi le ha pronunciate.
Il punto feroce della teocrazia mi sembra questo: chi comanda pretende di sottrarre le proprie decisioni alla responsabilità umana. Una legge si può discutere, un governo si può contestare, una sentenza si dovrebbe poter criticare. Ma quando il potere dichiara di amministrare una volontà divina, il dissenso cambia natura: smette di essere un’opinione avversa e diventa una colpa contro l’ordine dell’universo. Il governante si mette al riparo dietro l’eternità. A chi subisce lascia una cella, che dell’eternità possiede soprattutto la lentezza. Eppure le porte delle celle hanno chiavi fabbricate dagli uomini. Le sentenze hanno firme umane. Anche il gesto che toglie la vita appartiene a qualcuno, con un nome, una funzione, una responsabilità. È questo che non dovremmo permettere alle teocrazie: di nascondere i propri funzionari dentro una nuvola di sacralità. Non è il cielo che arresta. Non è il cielo che interroga. Il cielo, in queste faccende, viene adoperato per impedire che qualcuno chieda conto di ciò che accade sulla terra.
Io non credo in Dio. Ma non occorre condividere questa mia assenza per riconoscere l’oscenità di una fede imposta. Dovrebbe avvertirla anche chi crede, forse con un dolore ulteriore: quello di vedere il nome della propria speranza trasformato nella giustificazione della paura altrui. Una minaccia può ottenere un’obbedienza, una preghiera recitata correttamente, una testa abbassata al momento stabilito. Non può dimostrare che, dentro quella testa, sia nata una fede. Chi governa attraverso la religione può accontentarsi della finzione. Gli basta che nessuno osi interromperla.
Ha ragione Serra a insistere sulla libertà dalla fede. La libertà religiosa comprende anche il diritto di non professarne alcuna, di cambiare convinzione, di non consegnare la propria coscienza a un’autorità: è una tutela riconosciuta anche dal diritto internazionale, non una concessione che i non credenti debbano ottenere mostrandosi sufficientemente garbati. E, soprattutto, la dignità di una persona non può dipendere dal riguardo che le sue parole riservano a una dottrina. Si possono contestare quelle parole, trovarle sciocche, ingiuste, offensive. Nessuna offesa a un’idea autorizza a sopprimere chi l’ha espressa.
Quando poi questa pretesa di dominio incontra il corpo delle donne, il sacro diventa un’amministrazione minuziosa dell’esistenza. Jina Mahsa Amini fu arrestata per una presunta violazione delle norme sul velo; la missione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che la sua morte fu causata dalle violenze subite mentre era in custodia delle autorità. Bisognerebbe ricordarla senza lasciare che il suo nome si consumi in una formula. Una donna fermata per come era vestita: già questo dovrebbe bastare a mostrarci quanto in profondità un potere pretenda di entrare nella vita di qualcuno.
Nell’Afghanistan dei talebani, intanto, alle ragazze è preclusa l’istruzione secondaria e alle donne l’università. Da insegnante, faccio fatica a pensare a un provvedimento più deliberatamente crudele: non punire ciò che una persona ha fatto, ma impedirle ciò che potrebbe diventare. Chiudere una scuola a una ragazza significa decidere in anticipo quante domande le saranno consentite, quali dipendenze dovrà accettare, quanto piccolo dovrà restare il suo mondo. Si proclama di custodire la virtù e si sorveglia, in realtà, la possibilità dell’autonomia.
A questo punto arriva spesso la parola cultura, pronunciata con la cautela di chi teme di giudicare ciò che non conosce. La cautela è giusta; l’abdicazione no. Perché di quale cultura stiamo parlando? Di quella del giudice o di quella della donna che gli sta davanti? Del governante o della ragazza che chiede di studiare? Attribuire a un regime la rappresentanza intera di un popolo significa concedergli anche questo privilegio: parlare per le persone alle quali ha tolto la parola. Rispettare una società dovrebbe voler dire ascoltarne anche il dissenso, non riconoscere come autentica soltanto la voce che dispone della polizia.
Sulla domanda che Serra rivolge ai giovani, invece, mi concederei una cautela. Non so quanto sia giusto misurare la coscienza di una generazione dalla visibilità delle sue proteste. So che la domanda riguarda anche noi, le nostre distrazioni, il tempo che dedichiamo a capire prima di scegliere da che parte stare. L’indignazione intermittente non ha un’età precisa. E non diventa più rispettabile quando, invecchiando, impara a chiamarsi realismo. Resta però intatta la questione morale. Opporsi alle politiche di un governo non obbliga ad assolvere i suoi avversari. Condannare una teocrazia non significa approvare chi minaccia o bombarda il paese che essa governa. Si possono difendere, insieme, un popolo dalle aggressioni esterne e le persone dalla repressione interna. Anzi, bisognerebbe riuscirci senza avvertire ogni volta il bisogno di giustificarsi. Nessuna causa giusta trasferisce automaticamente la propria giustizia a tutti quelli che dichiarano di sostenerla.
Nell’appello diffuso dal carcere, Najmeh chiede che la sua voce venga ascoltata e rifiuta la parte dell’eroina. Mi sembra una richiesta sulla quale dovremmo imparare a fermarci. Abbiamo una certa facilità ad ammirare il coraggio altrui, soprattutto quando a noi non costa niente. Più difficile è difendere il diritto a una vita che non debba essere coraggiosa: studiare, uscire, scrivere una sciocchezza, cambiare idea, tornare a casa. Non diventare un simbolo. Restare una persona.
Perciò sì, Serra: facciamo spazio a questo nome. Senza usarlo per sottrarre spazio ad altri, senza domandargli a quale schieramento possa tornare utile. La libertà non dovrebbe richiedere una professione di fede, religiosa o politica, prima di riconoscere chi ha bisogno di essere difeso. E contro il Dio obbligatorio difendiamo qualcosa di molto terreno: il diritto di dire di no e avere ancora un domani.

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