
Questa mattina il giornale è aperto sul tavolo. Una piega attraversa la fotografia di un uomo e gli divide il viso: da una parte l’occhio, dall’altra la bocca. Basta spianare la carta perché il volto torni intero. Per altre deformazioni occorre più tempo, e qualche volta il tempo non basta.
Penso alla singolare sproporzione tra la superficie di una prima pagina e lo spazio che può occupare nella vita di qualcuno. Pochi centimetri d’inchiostro possono seguirlo per anni, precederlo nelle stanze, presentarlo a persone che non incontrerà mai. Il giornale di domani servirà ad avvolgere qualcosa; l’uomo di oggi resterà dentro il suo titolo.
La costruzione del mostro richiede una certa economia. Bisogna scegliere i particolari, disporli secondo una necessità che sembri appartenere ai fatti. Un’origine, una frase, una fotografia presa nell’istante in cui il viso si contrae. Ciascun elemento può essere autentico; è la relazione tra gli elementi a essere abusiva. Come in quelle figure che, osservate da un punto preciso, fanno coincidere una finestra lontana con la porta di una casa vicina, e ci mostrano un edificio che nessuno ha costruito.
Il lettore vede l’edificio. Difficilmente si sposta.
Anche le parole vengono avvicinate finché gli intervalli scompaiono. Tra chi ascolta e chi obbedisce, tra chi approva e chi partecipa, tra un’idea detestabile e un’azione da dimostrare, esistono distanze che una frase impaziente può percorrere senza avvertirci. Alla fine abbiamo attraversato mezza città credendo di essere rimasti sulla soglia.
La precisione comincia proprio da questi intervalli. Richiede di conservarli anche quando intralciano il racconto, anche quando rendono meno compatto il personaggio che avevamo già imparato a odiare. Soprattutto allora. Per una persona che ci somiglia troviamo spontaneamente le circostanze, le subordinate, le spiegazioni. A chi ci ripugna concediamo appena un sostantivo.
Eppure una prova dovrebbe servire anche a questo: a impedirci di scambiare la nostra ripugnanza per una conoscenza.
Il mostro offre al giornale un vantaggio narrativo e al lettore un piccolo sollievo. Raccoglie in un corpo il disordine che ci inquieta. Possiamo finalmente indicarlo. La paura acquista un indirizzo, la collera una fotografia; tutto ciò che resta fuori dall’inquadratura sembra, per un momento, al sicuro. Si comprende il successo di una simile sistemazione del mondo. Ci risparmia la fatica di abitarne la complessità.
La memoria dovrebbe disturbarci il sollievo. Dovrebbe rimettere sul tavolo i vecchi fogli, i volti sui quali altri lettori posarono la stessa certezza. Invece ricordiamo gli errori quando sono abbastanza lontani da non assomigliare ai nostri. Ne deploriamo l’enormità e conserviamo, intatti, i piccoli gesti che li resero possibili.
C’è poi il problema delle dimensioni. Un’accusa può occupare una pagina; la sua smentita poche righe. Sulla carta tutto risulta pubblicato. Nella memoria le proporzioni restano quelle del primo giorno. Chi corregge dovrebbe domandarsi come restituire a una verità tardiva almeno la visibilità concessa all’errore.
Intanto bevo il caffè e mi accorgo che anch’io cerco, nei titoli, qualcosa che mi dia ragione. La responsabilità di chi scrive arriva fino a questo tavolo; qui incontra la mia, comoda, silenziosa, persuasa di limitarsi a leggere.
Torno alla fotografia. Spiano con la mano la piega del foglio. Dell’uomo continuo a sapere poco. Provo a tenere aperto, accanto al suo nome, lo spazio di ciò che ancora non so.