…giorni dubbiosi

 ligabue 
Semi sospinti dal vento, si posano leggeri sul terreno dei giorni: spuntano inattesi i fiori bastardi dell’indecisione. Giorni immobili, polverosi, da museo di provincia. 

B., periodicamente, si ritrovava a raccoglierli quei fiori rigogliosi e freschi: ne faceva mazzetti odorosi e variopinti e restava a guardarli, in silenzio, per ore, appoggiato lì al suo solido muro. A chi gli chiedesse il prezzo, manifestava da subito il disappunto agnostico che lo avvolgeva: nebbia impalpabile che gli offuscava di rado anche la vista. Il ghigno beffardo e antipatico fendeva così il suo volto e B. fingeva magari tentennamenti se — e sottolineo se — la signora, che gli chiedeva il prezzo, aveva un baricentro bello stabile.

C’era chi si sforzava di capirlo, chi lasciava perdere, chi gli riproponeva la domanda, chi s’arrendeva ad avere una risposta. A detta di molti era un trucco da ingenuo commerciante destinato al fallimento; ma lui lo faceva perché desistessero a portarseli a casa quei fiori, in balia com’era del fluido oscillante dell’indecisione che lo costringeva, seppur in movimento, a non compier passi in avanti.

Poi, finalmente i fiori appassivano, e i giorni dell’indecisione sfiorivano: il semplice nonnulla, allora, eccitava mente e corpo, e i pensieri scattavano rapidi come code di lucertole al minimo dei quasiniente. E in quel turbinio di giorni propositivi tutto era facile da decidersi, fosse pure chessò la scelta di una birra, del colore di un paio di scarpe o di come cambiare l’Italia. 
Poi, complice la brezza e il sole, i fiori rispuntavano dal terreno e B., appoggiato ancora al solido muro, guardava estasiato il suo variopinto orticello: indesiderato e involontario orgoglio contadino che avrebbe fatto maraviglia perfino a quei tecnici fanatici d’urbanistica con la loro pazza idea di riqualificare le sperdute periferie urbane delle periferie del mondo, affogate tra l’asfalto e rimodellate nel cemento.

In uno di quei giorni, mentre con lo sguardo inseguiva calmo una libellula sul prato, giunse un cane che a fatica reggeva il peso delle orecchie, penzolanti. Gli si accovacciò di lato, ai piedi, come a un padrone. B., intenerito, volle chiamarlo Dubito, come la prima persona singolare, modo indicativo, tempo presente, di uno dei verbi che più amava usare.
Chi, distratto, gli passava innanzi, lasciava un obolo nonostante non fosse loro richiesto nulla. Con l’incasso — quando la cifra fu appena sufficiente allo scopo — B. e Dubito comprarono un taccuino per gli appunti: prezioso strumento di lavoro, per non dimenticare.

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