…tra il reale e l’immaginario.

Ferdinando Scianna, radici in terra di Sicilia, nato nel ’43 a Bagheria, si è tessuto un nome nella trama dei fotografi italiani più stimati. Dal giornalismo, si è piegato alla fotografia, primo italiano a calcare il palco della Magnum Photos nel ’82.

Scianna, con l’obiettivo, abbraccia le facce del mondo: la guerra raccontata, il volto ritratto, la moda disegnata. Lui, l’umanista che coglie l’ombra e la luce della realtà sociale, che traccia l’essenza dei suoi soggetti in un dettaglio, in un gesto, in uno sguardo.

Le sue immagini sono poesie che parlano di noi, dell’umanità, del tragico e del comico della vita, della memoria, della storia. Scianna guarda la sua Sicilia, ne sente il profumo, ne esplora i contrasti, le sfaccettature, la mette in luce.

Leonardo Sciascia, scrittore che ha tracciato solchi profondi nella letteratura italiana del Novecento, è per Scianna una figura guida, un faro nella notte, un amico. Da lui prende e assimila, si nutre e cresce.

Scianna guarda con occhi che sanno ascoltare, che sanno fare della luce una storia, della lente una penna. Dipinge con il chiaroscuro delle sue immagini, costruisce ponti tra il visibile e l’invisibile, tra il qui e l’altrove, tra il reale e l’immaginario.

E così, nell’opera di Scianna, vediamo una danza tra generi fotografici, un impegno sociale che diventa inchiostro, uno sguardo che, affondato nella realtà, si fa sentire, si fa comprendere, si fa empatia.

La banalità del nor-male…

Nell’epilogo di questa tragica vicenda, Alessandro Impagnatiello ha commesso un atto efferato: ha ucciso Giulia. Di fronte al suo corpo dilaniato, Alessandro non si ferma a contemplare l’orrore né a riflettere sulla gravità del suo gesto. Invece, corre immediatamente sul mondo virtuale, affannato nella ricerca spasmodica di soluzioni. Brama di cancellare le prove, far sparire il sangue e cancellare i messaggi di WhatsApp dai telefoni. Ma cosa cerca davvero? Cosa cerca in quel mondo di pixel e codici? Sembra aver dimenticato che la vita, quella vera, è fatta di carne e sangue, di emozioni e conseguenze ineluttabili.
Eppure, da una sfida goliardica come quella evocata nella canzone di Battisti e Mogol, “guidare a fari spenti nella notte”, si passa a una gincana ancora più tragica. Si tralascia l’amore, i sentimenti, persino la gravidanza, come se fossero solo degli ostacoli da superare, delle pedine sacrificabili in questa insana partita di sopravvivenza. La battaglia con il rischio diventa estrema, quasi elettrizzante, alimentata da una sorta di tossica endorfina. Ma cosa succede quando, per un crudele destino, ci si ritrova con un cadavere nella vasca da bagno? Ci si affida all’onniscienza di “Madre”, come se fosse l’androide del Nostromo di Ridley Scott, pronto a risolvere ogni problema. E persino le parole di Alessandro, che pronuncia senza pentimento alcuno, confermano la sua tragica confusione tra la realtà e un mondo parallelo, dove si può premere “esc” per azzerare tutto, per cancellare le tracce dei propri atti.
Questa concezione della vita come un gioco, in cui non esistono conseguenze morali, in cui si minaccia il suicidio per abbandonare la partita o si spegne tutto premendo un pulsante, è segno di una profonda mancanza di responsabilità. La connessione tra azioni e conseguenze, la comprensione della responsabilità morale, sembra essere scomparsa in questa dimensione virtuale. Eppure, c’è un errore ancor più grave che possiamo commettere: quello di giustificare l’omicidio di Giulia come un fatto isolato, attribuendolo a una presunta follia di Alessandro. Questo ci impedisce di affrontare la radice profonda e dilagante di questa vera e propria malattia sociale.

Dopo l’orrore di questo tragico evento, si è scatenato l’indecente sfruttamento di alcuni influencer, che hanno cercato di trarre profitto dalla morte di Giulia, fingendo di essere suoi affezionati seguaci. Questa triste realtà ci dimostra quanto profondamente radicato e diffuso sia il male in questo mondo virtuale, in cui i profili e gli account si scambiano come monete, lontano dai corpi fisici e dalle emozioni autentiche vissute dalle persone. Ci troviamo di fronte a una banalità del male (o del nor-male) che si diffonde, in cui tutto sembra perdersi nella miseria di una ricerca su Google.
La tragica storia dell’omicidio di Giulia ci pone di fronte a una cruda realtà, in cui l’incapacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni, la manipolazione delle relazioni umane e la mercificazione della morte sono all’ordine del giorno. È un campanello d’allarme che richiede una profonda riflessione sul modo in cui viviamo e interagiamo in questo mondo digitale. Solo attraverso una maggiore consapevolezza e responsabilità possiamo sperare di preservare la dignità e il valore della vita umana, al di là delle luci sfavillanti di un flipper virtuale.

il narratore per eccellenza delle realtà celate…

Constantine Manos, nato in Carolina del Sud da genitori di origini greche, è il narratore per eccellenza delle realtà celate. Nelle sue mani, la fotografia si trasforma in un caleidoscopio di storie taciute, di silenzi eloquenti, di attimi immobili nella perpetua danza del tempo.

Non si tratta soltanto di un’esposizione di luoghi e volti, ma di un viaggio introspettivo nel profondo dell’umanità. In ogni sua fotografia, Manos non ci mostra solo ciò che vede, ma ciò che sente. Ogni inquadratura è un riflesso della sua anima, un pensiero tradotto in luce, una parola sussurrata attraverso l’obiettivo.

Le sue immagini, siano esse dei paesaggi greco-americani della sua infanzia o di comunità remote in Europa o America Latina, sono pervase da una poesia silenziosa, una sorta di melodia visiva che canta le storie delle vite ritratte. Ogni scatto è un capitolo, una pennellata su una tela invisibile che dipinge un affresco dell’umanità.

Manos è un osservatore discreto, un pescatore di istanti, un cercatore di verità. Le sue fotografie non sono semplici ritratti, ma confessioni in bianco e nero, testimonianze di un mondo in continuo mutamento. Eppure, nel mezzo di questo movimento perpetuo, Manos trova la quiete, il centro, l’essenza. Non cattura solamente il momento, ma l’eternità dentro il momento.

Nella sua opera, la luce è una compagna fedele. Come un pittore utilizza i colori, Manos gioca con le ombre e la luce, creando un contrasto che rivela più di quanto nasconde. E’ come se vedesse oltre, come se potesse penetrare nel cuore delle cose e delle persone, rivelando una bellezza che spesso rimane invisibile agli occhi distratti.

Eppure, non c’è nulla di retorico o artificiale nelle sue opere. Ogni foto è un’offerta genuina, un dono dell’artista al mondo. Manos non pretende di insegnarci come vedere, ma semplicemente di mostrarci la sua visione, invitandoci a guardare più da vicino, a riflettere, a vedere oltre la superficie.

E così, nel flusso incessante delle immagini, nella continua ricerca di nuove prospettive, Manos ci invita a un viaggio. Un viaggio non solo attraverso i paesaggi e le culture diverse, ma anche dentro noi stessi, nelle profondità delle nostre emozioni e dei nostri pensieri. E in ogni suo scatto, in ogni sua inquadratura, risuona un invito silenzioso: a guardare oltre, a cercare il senso nascosto delle cose, a scoprire la bellezza nell’ordinario. E’ un invito a vivere, a sentire, a essere. E’ un invito a guardare il mondo con gli occhi di Constantine Manos.

Villetta con ospiti…

Nel fitto intreccio di “Villetta con ospiti”, Ivano De Matteo costruisce una critica alla società contemporanea così potente quanto sottile. Le figure apparentemente stereotipate che animano la storia – il prete infedele, il medico indulgente, il poliziotto corrotto, l’industriale del nord, il rumeno – sono specchi che riflettono le facce più oscure della nostra società.

Il film, svolgendosi nel giro di un solo giorno, crea un microcosmo compresso di ipocrisie borghesi, di segreti e divisioni familiari che vengono alla luce durante il corso della giornata, per esplodere in una notte fatale. E’ un quadro disincantato dell’Italia di oggi, un ritratto della legittima difesa portata all’estremo, un concetto che De Matteo maneggia con abile provocazione.

Tuttavia, c’è qualcosa di profondamente umano in questa brutalità. De Matteo non esita a rivelare le bassezze dei suoi personaggi, ma fa anche luce sul loro desiderio di sopravvivere, su quel istinto primordiale che ci spinge a fare cose impensabili.

Eppure, ci viene ricordato, attraverso la figura della domestica rumena, che esiste anche un’altra faccia dell’umanità. La sua bontà e sacrificio sembrano essere un contrappunto alla malvagità generale, fino a quando anche lei viene coinvolta nella spirale discendente.

In “Villetta con ospiti”, De Matteo disegna un quadro scuro ma necessario della nostra società. Un film che, come un specchio, non ci permette di nascondere la nostra bruttezza, ma ci invita piuttosto a riconoscerla, a confrontarci con essa. Così, forse, potremmo trovare un modo per uscirne.