Giorno: 24 Giugno 2023

L’ossessione di Marc Riboud…

Marc Riboud. Un nome che risuona come una melodia, un canto di luci e ombre immortalate sul nastro della pellicola. Riboud è una creatura di sensibilità e silenzio, di viaggi che portano oltre i confini del visibile. Riconosciuto universalmente per la sua maestria nell’arte della fotografia, Riboud nasce in Francia nel 1923. Come un albero affonda le radici nella terra natia, così Riboud pianta i semi della sua arte nelle viscere di una nazione lacerata dalla guerra.

La sua macchina fotografica diventa l’occhio attraverso il quale il mondo può vedere se stesso, e il suo lavoro, una danza di luci, ombre, e dettagli nascosti. Riboud usa la sua Leica come un pittore usa il pennello, delineando con precisione i contorni del mondo in bianco e nero. I suoi scatti sono come poesie visive, liriche che raccontano storie di guerra, di pace, di vita quotidiana.

Riboud non segue le regole del gioco. Non si accontenta di catturare l’immagine; vuole anche catturare l’essenza di quel momento, la vibrazione silenziosa dell’attimo che passa. La sua tecnica è una combinazione di attesa paziente e decisione rapida: osserva il mondo con occhi affamati di bellezza, e quando il momento arriva, non esita a premere il pulsante dello scatto.

La sua arte è un viaggio. Non solo nel senso fisico, ma anche spiritivo. Non si limita a documentare, va oltre, esplora l’umanità in tutte le sue forme, i suoi contrasti, le sue contraddizioni. Riesce a catturare l’effimero, il sublime, l’ordinario e l’eccezionale, tutte le sfumature dell’esperienza umana. Le sue fotografie diventano finestre sul mondo, specchi dell’anima che riflettono la realtà in tutte le sue complessità.

E poi c’è quella foto, “La ragazza con la fioritura”, che divenne l’icona della resistenza alla guerra del Vietnam. In essa, Riboud condensa tutta la sua filosofia artistica: la semplicità del gesto, la forza del messaggio, la bellezza della giovane donna che sfida l’aggressività del mondo con un fiore in mano.

Sul finire della sua vita, Riboud rifletteva sul suo viaggio, un percorso ricco e fecondo, disseminato di immagini che rimarranno impresse nella memoria collettiva. Riboud non era solo un fotografo; era un testimone del tempo, un narratore visuale che, con la sua macchina fotografica, ha saputo raccontare la storia del ventesimo secolo.

E così, la macchina fotografica si spegne, ma l’immagine rimane, nitida come la prima volta, testimone di un’epoca, di un artista, di un uomo che ha saputo vedere oltre. Marc Riboud, un occhio attento e sensibile, un cuore pulsante di umanità, un artista che ha dipinto il mondo in bianco e nero.

…dare voce a coloro che non vengono ascoltati.

Mary Ellen Mark, nata a Philadelphia nel 1940, ha avviato la sua carriera fotografica dopo essersi laureata in pittura e storia dell’arte, ed aver proseguito gli studi in fotogiornalismo. Il suo percorso si è contraddistinto da subito per una forte inclinazione verso i temi sociali e una particolare attenzione per i soggetti marginali della società.

Il suo talento le ha permesso, nel 1977, di diventare la prima donna ad entrare nella prestigiosa agenzia Magnum, rinomata per il suo impegno nel fotogiornalismo e documentarismo. Nonostante l’onore di tale riconoscimento, Mary Ellen ha deciso di lasciare l’agenzia solo quattro anni dopo, nel 1981, in cerca di una maggiore libertà creativa.

L’indipendenza artistica ha segnato il culmine della sua carriera, liberandola da vincoli e permettendole di esplorare le tematiche più a cuore. Il suo reportage più noto, “Streetwise”, pubblicato su Life nel 1983, è un commovente racconto dei minori fuggiti di casa che vivevano per le strade di Seattle. Nelle sue immagini, i bambini erano rappresentati non come vittime o innocenti, ma come individui maturi, forti e complessi. Mary Ellen Mark rifiutava ogni forma di sensazionalismo, cercando invece di rivelare le sfaccettature autentiche della loro esistenza.

Ha dedicato il suo tempo a progetti di lungo termine, come “Ward 81” del 1979, attraverso il quale ha esplorato la sezione femminile di un manicomio criminale in Oregon. Le sue immagini penetravano nelle mura dell’istituzione, rivelando le crude realtà di vita che si celavano all’interno.

Uno dei suoi ultimi lavori, “Proms”, è una serie di ritratti di liceali al ballo di fine anno, realizzati con la Polaroid 20×24. Le sue fotografie immortalavano i volti sorridenti e le pose impacciate, catturando l’euforia e l’incertezza della giovinezza in transizione.

Oltre al suo lavoro nel fotogiornalismo, Mary Ellen Mark è stata una fotografa di scena di grande successo, portando la sua sensibilità documentaristica sui set di numerosi film, tra cui “Apocalypse now”, “Satyricon”, “Conoscenza carnale”, e “Big fish”.

Mary Ellen Mark è scomparsa il 25 maggio 2015, lasciando un’eredità indimenticabile nel campo della fotografia. La sua vita e il suo lavoro continuano a ispirare, fungendo da promemoria del potere della fotografia nel rivelare le verità nascoste e nel dare voce a coloro che spesso non vengono ascoltati.