…un canto all’umanità, un omaggio alla semplicità, un’ode alla dignità.

Manuel Carrillo. Un nome che si fa largo nell’anima come un rito antico, che porta con sé il timbro dell’autenticità e l’eco della semplicità. Raccontare la sua via artistica è come risalire il corso di un fiume, pieno di colori e vita.

È lì, nel centro pulsante del Messico, che Manuel prende la prima boccata d’aria. Cresce tra le pieghe di una realtà dove l’arte, la cultura e l’identità nazionale sono intrecciate come fili di un tessuto pregiato. Questo intreccio, questa fusione tra sé e la sua terra, diventa un leitmotiv nelle sue opere, una finestra aperta sul quotidiano del Messico.

Carrillo si fa le ossa nel giornalismo, ma è la fotografia a sussurrare alla sua anima. Non ha un maestro, non segue corsi. Impara a danzare con la luce e a giocare con le ombre attraverso l’esperienza, attraverso la prova ed errore. Questa spontaneità, questo sentiero non tracciato si manifesta nelle sue opere. Lì trova la bellezza, nascosta nei dettagli del quotidiano, nei gesti banali ma densi di significato.

Guardando le sue foto si sente un battito. È il cuore di Manuel che batte in ogni scatto, è il suo sguardo che cattura l’anima dei suoi soggetti. Le sue immagini sono piene di calore e vita, un racconto autentico del Messico, di una profondità e di un’emotività raramente viste. È questo tocco personale, questa vicinanza che rende le sue opere uniche, che parla all’anima di chi le osserva.

Manuel dona la sua vita al suo popolo, alla sua cultura. Attraverso la sua lente, cerca di catturare la bellezza del quotidiano, l’essenza del vivere. Le sue opere sono un canto all’umanità, un omaggio alla semplicità, un’ode alla dignità e al rispetto per i suoi soggetti.

Raccontare Manuel Carrillo è dunque un viaggio. Un viaggio attraverso la sua arte, che parla della vita, della cultura, dell’amore per il suo paese. Le sue opere sono come un canto, una poesia che narra la bellezza nascosta nel quotidiano. Un artista che, con la sua voce unica, ha saputo intrecciare un legame profondo con chi guarda le sue opere, aprendoci una finestra sulla vita messicana.

rimango in silenzio e mi dispiace…

Sono una persona di poche parole e non mi ritengo un grande conversatore. Nonostante sia capace di ascoltare in mezzo alla gente, raramente prendo la parola, a meno che non abbia bevuto un po’ di birra. Amo il mio silenzio e mi sorprende l’effervescenza che circonda un evento che dovrebbe essere silenzioso: la morte.

Ho difficoltà anche ai funerali dove mi sento obbligato a partecipare. Non entro in chiesa, sia per mancanza di fede, ma anche perché apprezzo quel silenzio unico e peculiare che si vive fuori dalle chiese durante i funerali, un silenzio che consente riflessione e memoria.

Tuttavia, di recente siamo stati sommersi da un rumore tremendo e cacofonico alla morte del politico più amato e odiato della nostra storia recente. Chi lo ha amato ci ha tenuto a urlarlo ai quattro social, così come chi l’ha odiato, creando una contrapposizione identica a quella tra i perdenti della finale e quelli che godevano della sconfitta. In un paese dove tutto gira intorno al calcio e al tifo, la morte di Berlusconi è diventata un’occasione per esprimere le proprie opinioni, per ricordare, per raccontare.

La sezione necrologica del Corriere è così piena che non riesce a contenere tutti gli annunci. Almeno questi ultimi pagano per essere presenti, a differenza del mare di social media, dove nessuno riconosce la morte di un uomo complesso e sfaccettato. Alcuni lo vedono come un santo, altri come un individuo spregevole. Senza distinzioni, senza un senso di compassione o consapevolezza del dolore altrui che raramente emerge.
La mitomania si diffonde. I consiglieri comunali di Genova del PD e del Movimento Cinque Stelle lasciano l’aula durante il minuto di silenzio per Berlusconi, dimostrando la loro incapacità e segnalando la loro sconfitta nelle elezioni per i prossimi secoli. Parallelamente, un’immagine gigante di Berlusconi appare sulla facciata del palazzo della Regione Liguria, come se fosse morto un dittatore nordcoreano, trasformando tutto in uno show stile Las Vegas. Salvini va in tv e dei 30 anni di politica di Berlusconi ricorda solo che gli chiese di tagliarsi la barba e lui senza la barba sta male. Poi torna a casa e posta una foto di sé che si rade la barba in memoria di Berlusconi. (Mi domando, seriamente, se qualcuno lo stia seguendo – uno buono, intendo – o consigliando).

Tutti sono in fermento e quelli che fanno battute cercano di essere i primi a farle. “Aspettiamo tre giorni”, l’ho letta trecento volte. Molti di coloro che lo odiavano scrivono parole eleganti e compassionevoli, forse capendo che odiarlo ha definito la loro identità, ha dato un senso alla loro esistenza. Quanti giornalisti, comici, politici non sarebbero quello che sono senza l’antiberlusconismo militante? Il Fatto ha titolato “Il Banana” – con un orgoglio a malapena nascosto – Sì, siamo noi che per primi lo abbiamo combattuto. Lo abbiamo chiamato Il Banana, ma anche lo psiconano.
Ma ora è morto. La partita è finita. Non c’è un terzo tempo nella vita…

E così, rimango in silenzio e mi dispiace per la morte di un altro che invece mi ha fatto ridere consapevolmente.

Mi riferisco alla morte di Francesco Nuti che, tra i tanti errori commessi nella seconda parte della sua vita, ha sbagliato anche il giorno in cui morire. Ma Francesco Nuti faceva ridere, aveva senso del ritmo, sapeva scrivere. E “Caruso Pascoski” è un capolavoro. E quando toccherà a me, in quel momento in cui ti dicono che la tua vita ti passa davanti, mi rivedrò al cinema Lendi, ridendo fino alle lacrime, guardando la scena in cui, dopo aver picchiato un bambino che lo aveva infastidito per tutto il film, lo trascina in un vicolo per dargli una lezione, poi esce e il bambino gli urla ancora “stronzo!”. E lui prende in mano una sbarra di ferro e torna indietro per dargli il colpo di grazia.
Madonna!

un labirinto di sfide e opportunità…

Nel vasto panorama dell’istruzione, l’intelligenza artificiale (IA) si insinua come un vento sotterraneo che penetra nelle fessure. È un fantasma digitale che sussurra nelle aule vuote, capace di destare sia timore che stupore.

Si agita un dilemma: la IA, con i suoi modelli di lingua sofisticati come ChatGPT di OpenAI, potrebbe prendere in prestito le penne degli studenti, dettando compiti e dissertazioni con la sua voce senza corpo. E così, l’elaborazione critica e il lavoro cerebrale potrebbero venire usurpati da questa ombra meccanica. Così facendo, l’autenticità del lavoro studentesco sbiadirebbe come inchiostro al sole, privando gli allievi dell’occasione di coltivare la scrittura e la riflessione. Sarebbe come se l’intelletto umano venisse gentilmente invitato a fare un passo indietro, lasciando che la IA si impossessi del timone dell’educazione.

Eppure, all’orizzonte, si scorge anche un’alba di opportunità. L’IA, lontana dall’essere un semplice sostituto, potrebbe diventare un catalizzatore dell’apprendimento. Può suggerire, revisionare, proporre, e in questo modo tessere una tela di possibilità di apprendimento. La sua presenza può alimentare la creatività e la competenza degli studenti, non soffocarla.

Per affrontare questa silente rivoluzione, è necessario reinventare il nostro approccio all’istruzione. Il terreno sacro dei compiti a casa deve essere riconsiderato, permettendo agli studenti di scavare nelle proprie passioni piuttosto che in terreni estranei. La valutazione, quel giudice spietato dell’apprendimento, potrebbe essere messa da parte, lasciando spazio alla comprensione e all’applicazione della conoscenza.

La presenza dell’IA nell’istruzione è un labirinto di sfide e opportunità, un percorso pieno di biforcazioni e incroci. Il modo in cui scegliamo di affrontarlo determinerà se l’IA diventerà un ostacolo o un aiuto. Ma in questo viaggio, non dobbiamo dimenticare che il faro che ci guida è l’istruzione stessa, con il suo obiettivo di nutrire non solo l’intelletto, ma anche il carattere degli studenti. Con una bussola ben calibrata, l’IA può trasformarsi da invasore a alleato prezioso, accompagnandoci nel viaggio dell’istruzione del futuro.