John Bardeen è l’unica persona ad aver ricevuto due volte il Premio Nobel per la Fisica: la prima nel 1956 con William Shockley e Walter Brattain per l’invenzione del transistor; la seconda nel 1972 con Leon N Cooper e John Robert Schrieffer per la superconduttività convenzionale.
Margherita Hack, un faro nel mare scuro del cosmo, una donna la cui comprensione dell’universo ha aperto nuove strade per l’umanità. Nata a Firenze, la città del Rinascimento, forse è lì che ha imparato a guardare le stelle con occhi diversi, a cercare di capire le leggi che regolano il grande orologio del cielo.
La sua visione del tempo riflette la profondità della sua comprensione. Il tempo, infatti, non è solo un concetto astratto. È la trama stessa della realtà, il filo che intreccia passato, presente e futuro. È il teatro sul quale la vita e la morte danzano, dove il nuovo nasce e il vecchio muore.
Ma come può essere? Come possiamo definire qualcosa di tanto sfuggente e implacabile? Come dice Margherita Hack, il tempo si rivela nel cambiamento. Si vede nel germoglio che diventa albero, nel volto che invecchia, nella terra che si erode. Anche la pietra più dura, data abbastanza durata, si polverizza.
Eppure, anche in questo incessante fluire, c’è bellezza. C’è il sapore dolce-amaro della nostalgia, la gioia di un nuovo inizio, la tristezza di una fine. Sì, tutto cambia, tutto passa, ma è proprio in questo cambiamento, in questo passaggio, che risiede il fascino del tempo.
Siamo creature temporali, gettate in un universo che non smette mai di mutare. E, come Margherita Hack, possiamo solo cercare di comprendere, di cogliere il ritmo sottile di questo eterno divenire.
André Kertész. Come un violino zingaro, nato nel cuore di Budapest, sussurrava immagini al mondo. Da Parigi alle strade di New York, il suo occhio onnisciente catturava la vita con una spontaneità che sconvolgeva. Una macchina fotografica Leica per mano, si muoveva leggero come un gatto sulla neve, scompariva nel tessuto cittadino, diventava ombra per far risaltare la luce.
Le sue fotografie, erano poesie scritte con la luce, storie sospese nell’attimo. Come “Chez Mondrian”, un frammento di tempo intrappolato nella geometria dell’atelier, o “The Fork”, un omaggio alla bellezza celata nelle cose quotidiane. E ancora, “Meudon” e “Stairs of Montmartre”, scale di pietra che sembravano condurre non solo a una strada o una casa, ma direttamente nell’anima della città
Ma Kertész non era solo un occhio. Era un cuore, un’anima. Catturava la solitudine, la quiete, la gioia e la malinconia. Le sue immagini erano un invito a guardare oltre, a vedere l’invisibile, a percepire l’umanità celata dietro ogni volto, ogni gesto. Eppure, in fondo, si sentiva un estraneo, un osservatore solitario. Questo senso di estraneità si riflette nelle sue opere, rendendole ancora più profonde, più toccanti.
Quando se ne andò, nel 1985, lasciò un’eredità che va oltre la fotografia. Kertész ci ha insegnato a vedere il mondo con occhi diversi, a trovare la bellezza nell’ordinario, a catturare l’effimero. E forse, più di tutto, ci ha insegnato che la vita, in tutta la sua complessità e semplicità, è degna di essere celebrata.