
Certe cose si fanno ai bambini. Gli si distrae lo sguardo con una mano e, con l’altra, gli si porta via la caramella. Il trucco funziona perché il bambino si fida. Crede che le mani degli adulti servano ad accarezzare, non a sottrarre. Poi si cresce. E si scopre che esiste un’infanzia che non finisce con l’età. Rimane nascosta dentro certe forme di rispetto. Dentro la buona educazione. Dentro quella fiducia ostinata che continua a concedere agli altri un’ultima possibilità, anche quando hanno già smesso di meritarla.
Allora succede una cosa curiosa. Non è più chi ruba a credere di essere furbo. È chi viene derubato a scegliere il silenzio. Non perché non abbia visto. Ha visto benissimo. Ha visto la mano che si allungava. Ha riconosciuto il gesto. Ha persino intuito il calcolo. Ma ha preferito lasciare che l’altro credesse di averla fatta franca. Perché qualche volta la dignità consiste anche nel non costringere qualcuno a guardarsi allo specchio proprio nell’istante in cui sta diventando più piccolo di quello che immaginava di essere.
Mi domando spesso se non sia questo il momento esatto in cui una fiducia comincia a morire. Non quando viene tradita. Quello è solo il fatto. Muore quando, dopo aver compreso tutto, scegli di non discutere più. Di non chiedere spiegazioni. Di non reclamare ciò che è tuo. Lasci perdere. Come si lascia cadere una foglia che ormai si è staccata dal ramo.
L’altro, nel frattempo, se ne va convinto di avere vinto. È questa la parte che mi fa più tenerezza. Perché certe vittorie somigliano alle medaglie di latta: luccicano abbastanza da ingannare chi le porta al petto, ma non valgono il peso del filo che le tiene appese.
E forse la differenza tra un bambino e un adulto non è imparare a difendersi. È imparare che, qualche volta, si può anche lasciare che qualcuno ti rubi una caramella. Purché non si accorga che, insieme a quella, ha perso per sempre il privilegio di essere guardato con gli stessi occhi di prima.