
Questa mattina Il Foglio parte da una notizia che dovrebbe imporre misura: Vittorio Sgarbi è ricoverato, attraversa una depressione profonda, non è più l’uomo debordante che per decenni ha occupato la scena pubblica.
La misura, però, dura poche righe. Poi il dolore viene arruolato.
L’articolo dispone in fila inchieste giornalistiche, accuse, dimissioni, assoluzioni, archiviazioni e ricovero. I singoli fatti possono essere veri; è la linea tracciata fra essi a non essere dimostrata. Una linea costruita a posteriori, con quella particolare abilità narrativa che trasforma la successione temporale in un rapporto di causa ed effetto: prima gli articoli, poi la depressione; dunque gli articoli hanno prodotto la depressione.
Ma il dopo non significa a causa di. È una delle fallacie più antiche e più riconoscibili del ragionamento. Stampata su una prima pagina e avvolta nella compassione, tuttavia, assume l’apparenza di una verità umana.
L’articolo stesso ammette, quasi per dovere, che le cause di una malattia tanto complessa non possono essere ricondotte a una sola spiegazione. Subito dopo, però, introduce un “ma” e suggerisce esattamente ciò che aveva appena dichiarato impossibile dimostrare: gli anni della caduta di Sgarbi coinciderebbero con quelli del suo «massacro mediatico».
Quel “ma” è la botola attraverso la quale precipita ogni cautela. Coincidere non significa causare. Accostare non significa dimostrare. Ripetere non significa provare.
È possibile che certe campagne giornalistiche siano state aggressive, sproporzionate, perfino ingiuste. È possibile che titoli, servizi televisivi e insinuazioni abbiano ferito un uomo già fragile. Ma questa possibilità, per diventare una spiegazione, avrebbe bisogno di testimonianze, riscontri, competenze mediche, parole dello stesso interessato. Non basta selezionare alcuni avvenimenti, disporli nel giusto ordine e lasciare che sia il lettore a compiere il salto che l’autore non può sostenere apertamente.
Se le inchieste contro Sgarbi erano sbagliate, si mostri dove. Se alcune accuse sono cadute, lo si scriva con chiarezza e si restituisca alle assoluzioni e alle archiviazioni tutto il loro peso. Se il racconto giornalistico è stato feroce, se ne contestino metodi, omissioni ed eccessi.
Questo sarebbe giornalismo.
Un letto d’ospedale, invece, non è una sentenza. Una diagnosi non è una controinchiesta. La depressione non può essere convocata come testimone contro Report, Il Fatto o chiunque altro.
C’è persino qualcosa di crudele in questa pretesa difesa. Per restituire dignità a Sgarbi, lo si riduce alla sua sofferenza; per denunciare l’uso politico della sua figura, si adopera politicamente la sua malattia. Il dolore di un uomo diventa la prova utile a vincere una vecchia battaglia tra giornali, schieramenti e inimicizie. Non lo si protegge: lo si utilizza.
E così Il Foglio, mentre accusa altri di avere celebrato un processo mediatico, ne allestisce uno uguale e contrario. Cambiano gli imputati, non il metodo. Il titolo — “Il massacro di Sgarbi” — contiene già il verdetto; il resto dell’articolo deve soltanto distribuire le parti: una vittima, alcuni carnefici, una sequenza di colpi e, alla fine, il corpo ferito.
È un racconto efficace. Non per questo è vero.
Non si tratta di difendere Sgarbi da ogni critica, né di assolvere preventivamente il giornalismo d’inchiesta. Si tratta di difendere la grammatica elementare della verità: distinguere i fatti dalle supposizioni, le responsabilità accertate dalle coincidenze, la compassione dall’uso retorico della compassione.
La depressione è una malattia, non una metafora politica. Non assolve chi ne soffre dalle proprie responsabilità e non condanna automaticamente chi, prima, ne ha raccontato le vicende pubbliche. Usarla per sporcare l’avversario significa mancare di rispetto non soltanto a Sgarbi, ma a tutte le persone che attraversano quel buio senza che esista un colpevole semplice da stampare in prima pagina.
Se Il Foglio vuole difendere Vittorio Sgarbi, lo faccia con i documenti, le date e gli argomenti. Se vuole raccontarne la malattia, lo faccia con pudore e umiltà.
Tenere insieme le due cose con la forza non produce né verità né pietà. Produce soltanto polemica travestita da elegia.
E il fango non diventa più pulito soltanto perché viene lanciato in nome della compassione.