La biblioteca degli sguardi…

Ci si potrebbe chiedere se una persona sia leggibile.
Non nel senso banale in cui si dice di un volto che tradisce un’emozione, o di un gesto che rivela un’intenzione; ma in un senso più minuto e più vasto: come si legge una mappa, una città dall’alto, una pagina scritta in una lingua di cui si conoscono poche parole e molte pause.
Ogni persona infatti dispone intorno a sé una serie di indizi. Non li sceglie tutti. Alcuni le sfuggono. Altri li corregge. Altri ancora li lascia in vista credendo che siano invisibili. Il modo di tenere il bicchiere, di entrare in una stanza, di aspettare una risposta, di fingere attenzione, di sottrarsi a una domanda: tutto concorre a formare una scrittura.
Si potrebbe allora immaginare l’umanità come una grande biblioteca senza catalogo.
I volumi non sono ordinati per autore, né per argomento, né per altezza. Stanno accatastati secondo un criterio segreto: gli ambiziosi vicino ai timidi, i vanitosi accanto agli inconsolabili, i prudenti sopra i temerari, gli uguali travestiti da eccezione e gli irriducibili nascosti sotto copertine comunissime.
Chi vuole distinguersi adotta spesso una divisa della diversità. Chi è davvero diverso, invece, cerca talvolta un riparo nell’uniforme. Solo chi è libero rinuncia al problema della classificazione. Non si colloca. Non si spiega. Non si preoccupa di corrispondere al proprio riassunto.
E questa, forse, è la forma più rara di leggibilità: non essere semplici, ma non mentire sulla propria complessità.
Un volto può contenere più punteggiatura di un discorso. La ruga è una parentesi lasciata aperta dagli anni. La smorfia è un inciso. Lo sbadiglio, spesso, è una citazione involontaria della noia universale. Il sorriso può essere un titolo promettente o una quarta di copertina ingannevole. Gli occhi, poi, non sono mai finestre: sono note a margine, aggiunte dopo, quando il testo principale era già stato composto.
Leggere una persona significa accettare che nessuna edizione sia definitiva.
C’è chi si presenta in bella copia e porta dentro cancellature furiose. C’è chi sembra scritto male e invece custodisce una sintassi profondissima, fatta di pudore, di difese, di dolore ben rilegato. C’è chi ha pagine intonse perché non ha mai osato viverle; e chi ha le pagine consumate, segnate, piene di orecchie agli angoli, come i libri che sono passati di mano in mano e per questo hanno imparato qualcosa.
Il rischio, naturalmente, è credere di aver capito.
Aprire una persona, leggerne due righe, e richiuderla con la presunzione del critico frettoloso. Ma le persone non si lasciano riassumere senza vendicarsi. Appena si formula un giudizio, esse cambiano posto nello scaffale. Appena si trova una definizione, una piega del volto la contraddice. Appena si crede di aver individuato il genere — commedia, elegia, trattato morale, romanzo d’avventura — ecco apparire una pagina apocrifa, un frammento lirico, una nota comica nel mezzo della tragedia.
Forse bisognerebbe leggere gli altri come si leggono certi libri difficili: non per possederli, ma per attraversarli.
Senza sottolineare troppo. Senza pretendere che ogni frase sia chiara. Con quella forma di attenzione che non pesa, che sfiora, che riconosce nella superficie il punto in cui il profondo viene a respirare.
Perché le persone, viste da vicino, non sono mai tutte uguali.
Semmai sono tutte inesauribili nello stesso modo. E ciascuna, anche la più ordinaria, anche la più muta, anche quella che passa senza lasciare apparentemente traccia, porta con sé una piccola enciclopedia del vivere: errori, desideri, superstizioni, vergogne, parole non dette, paure lucidate dall’abitudine, speranze ripiegate in quattro.
Una biblioteca pubblica, sì.
Ma con una condizione: che il lettore entri in silenzio, non strappi le pagine, non scambi l’indice per il libro, e soprattutto non dimentichi che anche lui, mentre legge, è letto.

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