La casa dove dorme Medusa…

C’è una forma particolare di delusione che non nasce da ciò che non funziona, ma da ciò che funziona troppo poco. Da ciò che accende una stanza e poi, quasi subito, spegne la luce. Da ciò che apre una porta e non ti lascia il tempo di attraversarla.
Il custode di Niccolò Ammaniti lascia addosso questa sensazione precisa: non quella di un libro mancato, ma di un libro arrivato troppo in fretta alla propria fine. Come certe case viste dal treno, intraviste per un istante nella campagna, con una finestra illuminata, una tenda che si muove, qualcuno forse seduto a tavola, e poi via: tutto già scomparso, tutto già perduto, tutto già consegnato alla fantasia di chi guarda.
Eppure l’idea è di quelle che hanno sangue. Sangue antico, addirittura. Una famiglia siciliana che custodisce da generazioni la Medusa, non come reliquia museale, non come allegoria scolastica, non come statua da contemplare in un corridoio di marmo, ma come presenza domestica, scomoda, concreta, quasi imbarazzante. Il mito non sta più sull’Olimpo, non sta nei manuali, non sta nelle sale dei musei: sta chiuso in bagno. Respira dietro una porta. Va nutrito, protetto, nascosto. Diventa una responsabilità ereditaria, una condanna familiare, un mestiere sporco tramandato come certi debiti, certe vergogne, certe malattie del sangue.
È qui che il romanzo ha la sua intuizione più bella: portare l’immenso dentro il piccolo. La Gorgone dentro una casa. La tragedia dentro un’attività di marmisti. L’arcaico dentro il presente più volgare e riconoscibile. La Sicilia dei mostri non è più quella dei poemi, ma quella degli ecomostri, delle coste rovinate, delle case invernali abbandonate, delle stanze fredde, delle economie di ripiego, dei corpi esposti e consumati, della violenza che cambia nome ma non natura.
Ammaniti ha sempre avuto una speciale confidenza con l’infanzia come territorio del perturbante. Sa che i ragazzi non sono innocenti: sono creature in trasformazione, piccoli animali morali che imparano tardi la misura delle cose e presto il desiderio, la paura, la vergogna. Nilo, in questo senso, avrebbe potuto essere un personaggio memorabile: un adolescente davanti alla rivelazione del mostro, del corpo, dell’eredità, del femminile, della morte, della responsabilità. Un ragazzo messo davanti alla cosa più tremenda che esista: non il mostro che deve custodire, ma il fatto che un giorno toccherà a lui diventare adulto.
Perché crescere, in fondo, è questo: ricevere in consegna qualcosa che non abbiamo chiesto. Un cognome, una casa, una colpa, una cura, una paura, una creatura chiusa in una stanza. Nessuno diventa grande per vocazione. Si diventa grandi perché a un certo punto qualcuno si stanca, qualcuno muore, qualcuno scompare, qualcuno ti mette in mano le chiavi e ti dice: adesso tocca a te.
Il romanzo, però, corre. Corre quando dovrebbe sostare. Scappa quando dovrebbe restare. Ha una materia densissima e la attraversa come chi teme di sporcarsi troppo le scarpe. Ci sono figure che appaiono già cariche di destino e vengono lasciate ai margini; relazioni che avrebbero bisogno di lentezza e invece si consumano per accelerazione; temi enormi — il patriarcato, il corpo femminile, la mostruosità, la maternità, il desiderio adolescente, la Sicilia come confine tra mito e rovina — che vengono accesi e subito abbandonati, come fiammiferi gettati nella notte.
Ed è un peccato, perché Il custode è pieno di possibilità. Ha quella qualità rara dei racconti che sembrano poter generare altri racconti. Ogni dettaglio potrebbe aprire una stanza. Ogni personaggio potrebbe portarsi dietro un romanzo parallelo. Ogni silenzio potrebbe diventare una genealogia. C’è una madre dura, una zia amatissima, una ragazza che porta con sé la stanchezza contemporanea dell’esposizione, un bambino-dio o quasi, una Medusa che forse non è più soltanto il mostro da temere ma la creatura da compatire, da comprendere, da non guardare direttamente perché guardarla davvero significherebbe riconoscere quanto somiglia a tutte le donne punite dalla storia per essere state guardate male dagli uomini.
Medusa è sempre stata questo: non solo il terrore, ma l’effetto del terrore subito. Non solo colei che pietrifica, ma colei che è stata pietrificata per prima dentro una forma imposta dagli altri. Una creatura trasformata in condanna. Una bellezza convertita in arma. Una vittima costretta a diventare mostro perché il mito, come spesso accade, salva gli dèi e sacrifica le donne.
Per questo l’idea di custodirla è potentissima. Custodire Medusa significa custodire ciò che non sappiamo guardare. Significa tenere in casa il rimosso. Il trauma. L’ingiustizia originaria. Il femminile ferito e reso pericoloso. Significa vivere accanto a qualcosa che non può essere mostrato ma nemmeno distrutto. Perché certe cose non si eliminano: si tramandano. E ogni generazione crede di poterle chiudere meglio della precedente, finché un ragazzo non apre la porta nel momento sbagliato.
La brevità, allora, è insieme il limite e la natura del libro. Lo indebolisce, certo. Gli toglie carne, spessore, necessità. Ma gli lascia anche una strana forza di apparizione. Il custode non sembra un romanzo pienamente compiuto: sembra un mito sopravvissuto male, arrivato fino a noi con pezzi mancanti, lacune, passaggi abrasi, motivazioni spezzate. Come certi frammenti antichi in cui manca proprio il verso decisivo, e siamo costretti a immaginare il resto.
Forse è per questo che, pur vedendone i difetti, non riesco a liquidarlo. Perché i libri non sempre valgono solo per ciò che chiudono. A volte valgono per ciò che lasciano aperto. Per il fastidio fertile che producono. Per la nostalgia immediata di ciò che avrebbero potuto essere. Per quella specie di fame che rimane dopo l’ultima pagina, quando senti che il racconto ti ha dato poco, sì, ma quel poco conteneva una materia viva.
Alla fine resta l’immagine di una Sicilia invernale e mitologica, di una casa dove il quotidiano convive con l’impossibile, di un ragazzo chiamato troppo presto a una custodia più grande di lui. Resta la testa antica della paura chiusa dietro una porta moderna. Resta il marmo, che è pietra lavorata, e dunque destino addomesticato. Resta la domanda più semplice e più terribile: che cosa facciamo dei mostri che ereditiamo?
Li nascondiamo. Li nutriamo. Li odiamo. Li proteggiamo. Li chiamiamo famiglia.
E qualche volta, senza accorgercene, diventiamo i loro custodi.

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