
Ci sono vicende che hanno bisogno di molte parole per essere spiegate. E poi ce ne sono altre che possiedono, per una specie di provvidenziale economia della realtà, già tutto: il fatto, il commento e perfino la caricatura.
In una stazione dei carabinieri di Marina di Pisa, secondo quanto riportato dalla stampa, su un quadro era stato appiccicato un adesivo con un simbolo neofascista e una scritta: «Me ne strafotto». Ottanta centesimi di ideologia, acquistabili in un negozio di Predappio.
Qualcuno entra in caserma, lo vede, lo segnala. L’adesivo viene rimosso. Partono le verifiche. Ed è qui che la faccenda, prima ancora che grave, diventa grottesca.
Perché si può discutere a lungo di simboli, nostalgie, equivoci, intenzioni. Si può spiegare che era soltanto un adesivo, che magari nessuno ci aveva fatto caso, che era lì da chissà quanto tempo, che non rappresentava nessuno, che non significava niente. Le giustificazioni possiedono una straordinaria fertilità: crescono soprattutto dopo essere stati scoperti. Ma esiste un momento nel quale le parole non riescono più a raggiungere le cose. È quello delle dita nella marmellata. Il bambino con la mano dentro il barattolo può sostenere di non amare le confetture, può spiegare che passava di lì per caso, può persino elaborare una teoria sul diritto alla colazione. Resta quella mano rossa e appiccicosa. Ed è proprio il tentativo di negare l’evidenza a trasformare una colpa in una farsa. Qui, peraltro, c’è un dettaglio quasi letterario. La scritta scelta per esibire una certa nostalgia era proprio «Me ne strafotto». Difficile immaginare sintesi migliore.
Perché il problema non è soltanto ciò che quell’adesivo richiama. È il luogo nel quale compare. Una caserma non è la cameretta privata di qualcuno, né il retrobottega nel quale appendere le proprie simpatie. È un luogo dello Stato. E lo Stato, quando indossa un’uniforme, non può permettersi nostalgie personali appese al muro. La sua forza dipende anche da questo: dal fatto che chi entra da quella porta deve poter riconoscere un’istituzione, non le preferenze di chi vi lavora.
Forse è questa la cosa che continuiamo ostinatamente a fingere di non capire: i simboli non diventano innocui soltanto perché li chiamiamo decorazioni. E soprattutto la memoria non scompare quando decidiamo di voltare la testa. Anzi.
Ci sono momenti nei quali il modo più rapido per rendere enorme una cosa consiste nel volerla far passare per insignificante. Un adesivo da ottanta centesimi finisce così sui giornali non perché qualcuno abbia voluto attribuirgli un’importanza spropositata, ma perché qualcuno, prima, ha pensato che non ne avesse nessuna. È il vecchio vizio nazionale del non è niente. Non era niente, non significa niente, nessuno sapeva niente. Finché qualcuno guarda. E allora rimangono soltanto il muro più chiaro nel punto in cui l’adesivo è stato staccato, qualche verifica da fare e quella frase che, a distanza, acquista un significato involontario e quasi perfetto. Me ne strafotto.
Il problema comincia esattamente lì: quando chi dovrebbe custodire qualcosa pensa di potersene strafottere. Poi arrivano le dita nella marmellata. E a quel punto negare non serve più. Serve soltanto a rendersi ridicoli.