
Non credo in Dio. E forse è proprio per questo che preferirei che lasciassero in pace San Francesco. Non perché mi infastidisca Francesco. Mi infastidisce molto di più il bisogno tutto terreno di mettergli una bandiera in mano.
Ci sono uomini che la storia non riesce semplicemente a ricordare: deve possederli. Li prende, li ripulisce, sceglie le parole che tornano utili, ne mette in ombra altre, poi li espone nella vetrina buona della nazione. Succede ai morti illustri, ai poeti, ai partigiani, ai santi. Da morti sono tutti più docili. Non protestano quando gli cambiamo le intenzioni.
A Francesco è accaduto molte volte.
Il fascismo ne fece un ingranaggio della propria costruzione identitaria: nelle celebrazioni del 1926 il santo della povertà e della fraternità venne inscritto nella retorica nazionale e, negli anni successivi, trasformato dalla propaganda perfino nel «santo fante» e nel «santo soldato». Nel 1939 Pio XII proclamò Francesco e Caterina da Siena patroni primari d’Italia. Non è dunque una novità che il saio venga cucito, all’occorrenza, con stoffa patriottica. È cambiato il secolo. Il vizio molto meno.
Dal 2026 il 4 ottobre è tornato festa nazionale. La legge dice di voler celebrare pace, fratellanza, solidarietà e tutela dell’ambiente: parole sulle quali sarebbe difficile litigare. Ed è bene ricordare che la norma ha avuto un consenso parlamentare larghissimo, non riducibile a una sola parte politica. Il problema, dunque, non è una festa in più sul calendario. E neppure Francesco. Il problema comincia quando un santo diventa una definizione di noi.
Quando la Presidente del Consiglio lo descrive come un italiano che «ha forgiato l’identità di un intero popolo», il passaggio linguistico è piccolo ma politicamente enorme: dalla memoria si passa all’appartenenza; dall’esempio alla genealogia; da Francesco come figura religiosa e storica a Francesco come certificato d’origine dell’italianità. Ed è qui che, da ateo, comincio ad avere qualche problema.
Non mi disturba che milioni di persone credano che Francesco sia santo. Ci mancherebbe. Mi disturba che lo Stato suggerisca che, per capire chi siamo, dobbiamo in qualche modo passare da lì. Io non passo da lì. E continuo a essere italiano.
Non credo nella santità, nella Provvidenza, nelle stimmate, nel Paradiso e nella vita eterna. Non considero la fede una forma superiore della coscienza e non sento alcun bisogno di cercare nel cristianesimo la patente morale della mia appartenenza a questo Paese. Posso riconoscere nella figura storica di Francesco la radicalità della rinuncia, la compassione per gli ultimi, l’idea che il possesso possa impoverire chi possiede, senza per questo inginocchiarmi davanti all’altare. È una distinzione piccola soltanto per chi non vuole vederla. La laicità, del resto, non consiste nel proibire Dio. Consiste nel vietare allo Stato di sceglierlo per noi.
La Corte costituzionale l’ha formulato molto meglio di quanto sappia fare qualunque slogan: la laicità è un «principio supremo» dell’ordinamento e non significa indifferenza verso le religioni, ma garanzia della libertà di ciascuno dentro un pluralismo religioso e culturale. Compresa, aggiungo io, la libertà di non credere affatto. È questo il punto che spesso si perde.
Uno Stato laico non deve combattere il presepe. Deve semplicemente evitare di usarlo come carta d’identità. Non deve abbattere le chiese. Deve impedire che i campanili diventino confini. Non deve cancellare Francesco. Deve avere abbastanza fiducia nei propri cittadini da non aver bisogno di trasformarlo in un antenato obbligatorio. Perché c’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel prendere un uomo ricordato per essersi spogliato dei beni e rivestirlo di nazione, identità, appartenenza, tradizione, radici. È il solito prodigio della politica: riesce a mettere una divisa persino a chi aveva scelto un saio. E soprattutto riesce a fare una cosa ancora più comoda: conservare il simbolo evitando la sua scomodità.
Francesco è bellissimo quando benedice gli animali nelle fotografie. Molto meno comodo quando la povertà smette di essere un’immagine medievale e diventa una persona che dorme alla stazione. È rassicurante quando parla di fratellanza. Diventa più fastidioso quando il fratello ha un’altra lingua, un’altra pelle, un altro Dio o nessun Dio. È innocuo quando il Cantico delle creature finisce stampato sui dépliant. Lo è molto meno quando ci obbliga a domandarci quanto valga davvero la parola creato dentro un sistema che divora e consuma ogni cosa.
È questa la sorte dei simboli quando arrivano al potere: vengono celebrati proprio per evitare di essere presi sul serio. Ed è forse questo l’unico modo laico che conosco per salvare Francesco persino dalla santità pubblica: smettere di domandarsi quanto sia italiano e cominciare a chiedersi quanto siano universali alcune domande che la sua vita continua a porre.
La pace non è cristiana. La solidarietà non è cattolica. La cura degli ultimi non appartiene a una confessione. La fraternità non necessita del certificato di battesimo.
Sono conquiste umane. Precedono le religioni, le attraversano e qualche volta sopravvivono persino a loro.
Uno Stato maturo dovrebbe precisamente fare questo: prendere sul serio quei valori senza appropriarsi del cielo da cui qualcuno crede che provengano. Celebrare la pace, se vuole. La povertà combattuta, non santificata. La dignità. L’ambiente. Il dialogo. Persino Francesco, come gigantesca figura della nostra storia e della nostra cultura. Ma senza pretendere di trasformarlo nel cognome di tutti. Perché io posso non avere santi e avere ugualmente una coscienza. Posso non aspettare nessun paradiso e proprio per questo considerare preziosissimo questo mondo. Posso non credere che siamo figli dello stesso Dio e sentirmi, con ancora maggiore responsabilità, fratello degli altri uomini: perché non aspetto che sia un Padre celeste a obbligarmi a esserlo. Questa, per me, è la parte più seria dell’ateismo.
Sapere che non verrà nessuno a salvarci dalla nostra cattiveria. Che non esiste una provvidenza incaricata di rimettere a posto ciò che rompiamo. Che la pace dobbiamo costruirla noi, la giustizia dobbiamo inventarla noi, il prossimo dobbiamo riconoscerlo noi.
Senza premio. Senza paradiso. Senza nemmeno l’alibi di Dio.
E forse sarebbe questo il modo più rispettoso perfino di ricordare Francesco: non impossessarsene. Non farne un manifesto, uno stemma, una radice, un santino elettorale o una prova d’italianità. Lasciargli, almeno ottocento anni dopo, ciò che cercò per tutta la vita. La libertà di non possedere niente. Neppure una nazione. Lasciate a Francesco il saio. La bandiera pesa troppo.