Separarsi senza fare rumore…

Chiudi l’ultima pagina e il libro resta addosso come una stanza lasciata in ordine dopo una partenza: tutto è al suo posto, eppure qualcosa manca.
Divorzio di velluto ha questa grazia crudele: racconta che ci si può separare anche senza frastuono, senza porte sbattute, senza sangue sulle mani. Ci si può dividere con educazione, con una specie di garbo storico, quasi amministrativo. E tuttavia lo strappo rimane. Muto, composto, lucidissimo. Come certi addii che non hanno bisogno di gridare per devastare. È un libro sulle crepe che non fanno crollare subito le case, ma le rendono diverse per sempre. Sui paesi che cambiano nome, sugli amori che diventano assenze, sulle madri che restano nodi, sugli amici che tornano come specchi. Su tutto ciò che abbiamo lasciato credendo di salvarci, e che invece continua a camminarci accanto. La cosa più bella, forse, è questa: non c’è consolazione facile. Non c’è la pretesa volgare di ricucire tutto. C’è piuttosto la dignità di chi impara a stare dentro una frattura, a darle una forma, a non vergognarsi del vuoto.
Perché certe separazioni non sono la fine di qualcosa. Sono il modo doloroso con cui la vita ci costringe a diventare più veri.
E sotto tutto quel buio, senza far rumore, qualcosa continua a respirare.

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