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Quando ho conosciuto Rachele, lei aveva quindici anni e io sedici. Frequentavamo il secondo liceo, lei, e il terzo anno io: avevo dunque un anno di vantaggio, che non mi risulta di essere mai riuscito a far valere. Adesso ne ho cinquantaquattro. Lei conosce anche le versioni di me che, potendo, ritirerei dalla circolazione.
Dopo tutto questo tempo, se qualcuno mi chiedesse che carattere ha mia moglie, avrei qualche difficoltà a rispondere. Buono, cattivo, facile, difficile: sono aggettivi che funzionano quando si osserva una persona da lontano. Da vicino si vedono le sfumature, le eccezioni, il punto preciso in cui una giornata comincia a pesare. Di Rachele conosco certe minime variazioni della voce che, a un orecchio meno esercitato, potrebbero sembrare un semplice «va bene».
Non sempre va bene.
Ha le sue teorie. Alcune possiedono fondamenta sulle quali si potrebbe sopraelevare. Io, ogni tanto, avanzo un’obiezione: lo faccio con quella fiducia nella forza degli argomenti che negli anni avrei dovuto imparare a moderare. Lei mi ascolta. Poi mi illustra il particolare che mi è sfuggito. C’è quasi sempre un particolare che mi è sfuggito.
Dalla poltroncina in salotto, suo luogo di riposo e occasionale sede istruttoria, studia fotografie, ingrandisce dettagli, mette in relazione circostanze. Dove io vedo una foto, lei ha già individuato qualcosa su cui sarebbe opportuno soffermarsi. Il mio contributo, in questi casi, consiste spesso nel guardare meglio.
A raccontarla così, sembrerebbe una donna contenta di avere ragione. Io credo invece che, sotto certe sue ostinazioni, ci sia il desiderio segreto di essere smentita. Che qualcuno le mostri il dettaglio capace di rimettere a posto le cose, di restituire a un gesto la sua innocenza. Vorrebbe potersi fidare con meno fatica. Le preoccupazioni, le disavventure, certe lezioni ricevute senza averle chieste le hanno insegnato a controllare prima dove mette i piedi. Anche quando avrebbe voglia di correre.
Questo di lei lo so. Perciò qualche volta discuto, qualche volta lascio passare, qualche volta capisco troppo tardi. La lunga consuetudine non mi ha reso infallibile: mi ha soltanto tolto il diritto di fingermi sorpreso.
Quando è stanca può diventare intrattabile. Esistono momenti in cui il mio pur apprezzabile contributo alla conversazione andrebbe rinviato al giorno successivo. Eppure proprio dentro quella stanchezza può comparire una dolcezza improvvisa, un’attenzione minuta, qualcosa che trova ancora la forza di fare per noi. Io mi fermo a guardarla e penso a quante cose, di una persona, possano stare insieme.
Con i figli, poi, ogni misura diventa approssimativa. Si preoccupa anche in anticipo, per non farsi trovare impreparata. Vorrebbe risparmiare loro gli urti che conosce, e possibilmente anche quelli ancora da inventare. Qualche volta cerco di rassicurarla. Qualche altra mi accorgo che, mentre io stavo ancora scegliendo le parole, lei aveva già fatto qualcosa.
Anche lei, naturalmente, conosce me. Le mie distrazioni, le insistenze, quel bisogno di spiegare con precisione cose per le quali sarebbe bastato avvicinare una sedia. Vivere insieme tanto a lungo significa anche questo: avere qualcuno che riconosce l’inizio di un tuo discorso e sa già dove, con ogni probabilità, andrai a parare. E che ogni tanto, per affetto, ti lascia arrivare in fondo.
Ci diciamo che siamo una persona sola in due corpi. Poi basta una discussione a chiarire che le persone sono ancora due, entrambe provviste di una discreta volontà. Ma ci sono sere in cui basta cercarci con gli occhi, attraverso il salotto, per ritrovare tutta la strada fatta.
La guardo sulla sua poltroncina. Per un momento, sotto il viso di adesso, riconosco quello dei suoi quindici anni.
Poi lei alza gli occhi e mi chiede che cosa ho da guardare.
Dopo tanti anni, dovrei saperlo spiegare. Invece sorrido.

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