
Il centrosinistra continua a chiamare campo largo ciò che, per ora, somiglia soprattutto a un campo lasciato incolto. Largo è un aggettivo geometrico: misura lo spazio, non indica la direzione. E la politica, quando rinuncia alla direzione, finisce fatalmente per confondere la capienza con il progetto.
Non basta stare dalla parte opposta della stessa destra. Gli avversari comuni possono produrre coalizioni elettorali; assai più raramente generano governi. Per governare occorre una qualche idea condivisa del Paese, la definizione dei confini entro i quali la mediazione è possibile e, soprattutto, l’onestà di riconoscere i punti sui quali non lo è.
Il problema del centrosinistra, dunque, non è soltanto scegliere tra Schlein e Conte. È decidere che cosa dovrebbe fare l’uno o l’altra il giorno successivo alla vittoria. Invocare le primarie prima di aver sciolto questo nodo significa affidare a una procedura democratica un compito che non può assolvere: scegliere il comandante prima ancora di conoscere la rotta. Una competizione può stabilire chi abbia raccolto più voti; non può obbligare gli sconfitti a condividere idee che considerano sbagliate.
Ci sono divergenze che la buona volontà può comporre e altre che sarebbe disonesto nascondere. Sul sostegno all’Ucraina, sul riarmo, sulla difesa europea, sul posto dell’Italia nel sistema delle alleanze occidentali non esistono sfumature marginali, ma differenti visioni del mondo. Non basta seppellirle sotto pagine dedicate al salario minimo, alla sanità pubblica e alla lotta contro la precarietà. Sono questioni necessarie, persino urgenti, ma un elenco di convergenze sociali non cancella un dissenso strategico. Un programma non è il luogo in cui si occultano le contraddizioni: è quello in cui le si risolvono.
Le primarie, in questo senso, rischiano di diventare una elegante macchina per rinviare il problema. Conte avrebbe molto da guadagnare e poco da perdere: se vincesse, conquisterebbe la guida della coalizione; se perdesse, resterebbe comunque alla testa del proprio Movimento; se infine l’alleanza si rompesse sui grandi temi internazionali, potrebbe rivendicare la coerenza delle proprie posizioni. Schlein, invece, porta sulle spalle il peso del partito maggiore. E il partito maggiore non può limitarsi a ospitare le differenze: deve ordinarle, stabilire una direzione, assumersi la responsabilità di tracciare un confine.
La leadership non consiste nel tenere tutti dentro. Consiste anche nel dire a quali condizioni si possa stare insieme. Altrimenti l’unità diventa soltanto una fotografia di gruppo scattata prima che ciascuno riprenda la propria strada.
Il centrosinistra ha avuto tempo. Tempo per decidere che cosa essere, quali alleanze costruire, quali compromessi accettare e quali invece rifiutare. Se arriverà alle elezioni affidandosi ancora alla speranza che la necessità di battere la destra possa sostituire una visione comune, non avrà costruito un’alternativa: avrà soltanto organizzato un’attesa.
Il rischio, in fondo, non è perdere perché troppo divisi. È perdere dopo aver chiamato pluralismo l’indecisione, metodo il rinvio, politica l’aritmetica.
Per diventare credibile, il campo largo deve smettere di domandarsi quante persone possa contenere e cominciare a dire quale idea di Paese sia disposto a difendere, anche a costo di diventare un poco meno largo. Perché un campo senza confini non è aperto: è vuoto.