
Non è semplice parlare di A Love Supreme.
Anzi, probabilmente è inutile.
È uno di quei dischi davanti ai quali la parola arriva sempre un po’ in ritardo, come certi parenti ai funerali importanti: ben vestita, composta, rispettosa, ma incapace di aggiungere qualcosa alla sostanza del dolore o della rivelazione. È stato recensito, sezionato, studiato, adorato, trasformato in oggetto di culto, in santino laico da scaffale colto. Ci sono libri, saggi, note, ricostruzioni, testimonianze, genealogie musicali. Tutto vero. Tutto necessario, forse. Ma non è da lì che voglio entrare.
Io ci entro da una domenica mattina.
Napoli, mercatino delle pulci. Quell’età in cui si cercava se stessi rovistando tra cose già appartenute ad altri: giacche lise, libri con nomi sconosciuti sulla prima pagina, fumetti odorosi di cantina, vinili che sembravano reliquie povere, sopravvissute a case, traslochi, separazioni, morti domestiche. C’era in quei mercatini una specie di democrazia del destino: tutto era esposto, tutto era disponibile, ma niente si consegnava davvero se non a chi sapeva riconoscerlo. Il tesoro non stava nel valore dell’oggetto, ma nell’istante in cui una cosa qualunque smetteva di essere qualunque e diventava tua. Comprai A Love Supreme così, senza sapere ancora che cosa stessi comprando. Non ero, allora, un frequentatore serio del jazz. Avevo fatto qualche incursione laterale, come chi si affaccia su una stanza e poi torna nel corridoio da cui è venuto. Third dei Soft Machine, territorio di confine, già abbastanza inquieto da sembrarmi familiare. Bitches Brew, certo, perché Miles Davis aveva quella qualità dei grandi profeti: anche quando non lo capisci, ti fa capire che il problema sei tu. Ma io venivo dal rock, dalle chitarre, dalle architetture più riconoscibili, dalla convinzione ingenua che la musica dovesse condurti da qualche parte con una strada tracciata.
Il jazz, invece, mi pareva una città senza cartelli.
Poi arrivò Coltrane.
Non “lo capii”, sarebbe ridicolo dirlo. Le cose decisive non si capiscono subito: ti spostano. Prima ancora di offrire un significato, cambiano la posizione da cui guardi il mondo. Quel disco non mi spiegò il jazz; mi insegnò che esisteva un altro modo di stare dentro il suono. Non la canzone come edificio, non il brano come percorso, ma la musica come invocazione. Come corpo che cerca una via d’uscita da se stesso. Come preghiera fatta con i polmoni, con le dita, con la fatica, con la colpa, con la gratitudine.
A Love Supreme non è un disco religioso perché parla di Dio. È religioso perché non bara. Dentro c’è il tentativo, quasi insostenibile, di trasformare una ferita in forma. Coltrane non ringrazia da uomo salvo che ha dimenticato l’abisso: ringrazia da uomo che l’abisso lo porta ancora inciso nel respiro. È questa la cosa che mi ha sempre commosso. Non la redenzione come finale luminoso, ma la redenzione come disciplina. Come esercizio quotidiano di tenersi in piedi. Come ostinazione del suono a non precipitare di nuovo nel buio da cui proviene.
Quel celebre risveglio spirituale del 1957, la liberazione dall’eroina, la solitudine a Philadelphia, la richiesta umile di poter rendere felici gli altri attraverso la musica: sono tutte informazioni importanti, certo. Ma ascoltando il disco si avverte qualcosa che supera la biografia. Si sente un uomo che non sta raccontando la propria salvezza: la sta ancora meritando nota dopo nota. Non c’è compiacimento, non c’è posa mistica, non c’è ornamento. C’è una nudità severa. C’è il desiderio di lodare qualcosa, anche senza essere sicuri di saperne pronunciare il nome.
Dio, in fondo, può essere molte cose.
Un padre, una luce, un’assenza, una disciplina, un ordine segreto, un’energia, una mancanza così grande da costringerci a inventare il canto. Per questo A Love Supreme mi sembra meno un album da ascoltare che un luogo in cui entrare con rispetto. Le sue quattro parti — Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm — non sono soltanto movimenti musicali. Sembrano le tappe di un attraversamento. Riconoscere. Decidere. Inseguire. Pregare. Quattro verbi più che quattro titoli. Quattro modi di tenere insieme la rovina e la speranza. E poi c’è quel quartetto, che ancora oggi pare una creatura unica con quattro sistemi nervosi distinti. McCoy Tyner che apre spazi come finestre su una casa interiore. Elvin Jones che non accompagna: trascina, solleva, incendia, purifica. Jimmy Garrison che tiene la terra sotto i piedi mentre tutto rischia di diventare cielo. E Coltrane, sopra e dentro ogni cosa, non come solista che domina, ma come voce che cerca un varco. Il suo sax tenore non suona: insiste. Scava. Chiama. Si spezza e si ricompone. Sembra voler dire la stessa parola fino a consumarla, fino a farne apparire il nucleo incandescente.
A love supreme.
A love supreme.
A love supreme.
Una formula minima, quasi infantile. Ed è proprio lì la sua grandezza: le verità più alte, quando sono vere, non hanno bisogno di complicarsi. Si ripetono. Come fanno le preghiere. Come fanno i ricordi. Come fanno certi nomi che continuiamo a pronunciare anche quando non c’è più nessuno che possa rispondere.
Da quel giorno il jazz, per me, non fu più un genere musicale. Divenne una disposizione dell’anima.
Capire il jazz significa accettare che non tutto debba chiudersi, spiegarsi, tornare a casa per tempo. Significa stare dentro l’incertezza senza pretendere subito una ringhiera. Significa ascoltare anche ciò che non si sistema. Il jazz educa a una forma più adulta di attenzione: non ti concede il conforto della strada dritta, ma ti premia con la scoperta improvvisa di un sentiero che nasce mentre lo percorri. Forse per questo ci sono arrivato tardi. Il jazz richiede una fiducia che da giovani spesso non si possiede. Da giovani vogliamo riconoscere, possedere, catalogare. Vogliamo dire: questo mi piace, questo no, questo lo capisco, questo non fa per me. Il jazz, invece, ti chiede di deporre le armi. Di non capire subito. Di non occupare tutto lo spazio con il tuo giudizio. Di lasciare che qualcosa accada. È una musica che non sopporta l’arroganza dell’ascoltatore.
E così quel vinile comprato in un mercatino, forse con pochi soldi e senza sufficiente consapevolezza, è diventato nel tempo una specie di oggetto iniziatico. Non perché mi abbia reso esperto. Non lo sono. Ma perché mi ha insegnato una cosa più preziosa: che certe opere non servono a farci sapere di più, servono a farci sentire meglio la nostra ignoranza. A renderla fertile. A trasformarla in apertura.
Ogni tanto penso che la passione nasca proprio così: da un equivoco fortunato, da un acquisto casuale, da una mattina senza programma, da una copertina che ci chiama tra mille altre, da una porta che apriamo senza sapere cosa ci sia dietro. Poi il tempo fa il resto. Deposita, scava, restituisce. E molti anni dopo ci accorgiamo che quella cosa trovata per caso ci ha lavorato dentro più di tante scelte deliberate.
Oggi, se rimetto A Love Supreme, non ascolto soltanto Coltrane. Ascolto anche il ragazzo che ero mentre lo comprava. La polvere del mercatino. Napoli di domenica mattina. Le mani che sfogliano dischi senza sapere ancora distinguere una rivelazione da un affare. La vita che, ogni tanto, ha la cortesia di consegnarci in anticipo ciò che capiremo dopo.
E forse è questo il punto.
Ci sono dischi che appartengono alla storia della musica. Altri, più raramente, finiscono nella nostra storia privata e da lì non si muovono più. A Love Supreme è entrambe le cose. Un monumento e una ferita buona. Una vetta del jazz e, per me, il principio di un’educazione sentimentale all’ascolto. La prova che la musica, quando è davvero grande, non intrattiene: converte. Non nel senso religioso stretto, ma in quello più umano e più difficile. Cambia il respiro. Cambia la postura. Ti obbliga a diventare, almeno per la durata di un lato del vinile, una persona più attenta.
E se davvero qualcuno volesse avere un solo disco jazz, uno soltanto, direi anch’io: prendete questo.
Non perché basti a conoscere il jazz. Ma perché basta a capire che, da qualche parte, esiste una musica capace di ringraziare anche per il dolore attraversato. E questa, in certi giorni, è già una forma di salvezza.