L’ultima forma della presenza…

Quattro anni. Fa quasi impressione dirlo così, con questa misura netta, contabile, come se il tempo sapesse davvero fare il suo mestiere: mettere distanza, ordinare gli eventi, riporre il dolore in un cassetto meno esposto della memoria.
E invece no.
Il tempo passa, certamente. Cambia la luce sulle cose. Cambiano le stanze, le abitudini, le parole che diciamo al mattino. Cambiano perfino i modi in cui ricordiamo. Ma alcune date restano ferme, inchiodate in un punto preciso dell’anima, come se da lì non si fossero mai mosse. Il calendario va avanti; loro no. Restano a guardarci.
Ricordo quel giorno caldo, afoso. Un caldo fermo, pesante, senza clemenza. Uno di quei giorni in cui l’aria sembra non voler più circolare e anche il respiro diventa una fatica da amministrare con prudenza. Ricordo l’impressione netta che qualcosa, già fragile da tempo, già consumato da troppi urti, da troppe sfortune, da una lunga sequenza di cedimenti, stesse per precipitare. Non accadde in un istante, eppure sembrò accadere tutto in poche ore. Come certe strutture compromesse che resistono per anni, con una dignità inspiegabile, e poi cedono quando nessuno può più fare nulla per trattenerle. La malattia ha questa oscenità: costringe chi ama a desiderare l’impossibile, e poi, quando l’impossibile non arriva, a desiderare almeno la fine della sofferenza. È un pensiero che non si confessa volentieri. Sembra una colpa. Invece è una forma estrema di pietà. Si arriva a un punto in cui non si chiede più la guarigione, perché la realtà ha già chiuso quella porta; si chiede soltanto che l’agonia non diventi accanimento, che il corpo non sia più campo di battaglia, che la persona amata non venga ridotta a puro resistere. E allora l’assenza arriva mescolata a un sentimento indicibile: il dolore per chi non c’è più e il sollievo amaro per chi non soffre più. Due cose che dovrebbero escludersi e invece convivono, strette, quasi vergognose, dentro lo stesso petto. È forse questa una delle forme più adulte e più crudeli del lutto: capire che la perdita può avere, dentro di sé, una piccola zona di misericordia. Non consola, ma impedisce alla disperazione di diventare cieca.
Quattro anni dopo, resta il ricordo.
Non quello scenografico, non quello da esibire. Non il dolore messo in vetrina, non la retorica dell’assenza, non il bisogno di dichiarare al mondo quanto si è sofferto. Certe mancanze non hanno bisogno di pubblico. Vivono meglio nel riserbo, in quella zona della coscienza dove le parole arrivano piano, si tolgono le scarpe, chiedono permesso.
Questa mattina la memoria ha un sapore amaro. Non un dolore acuto, non la ferita aperta del primo giorno. Piuttosto una specie di fondo scuro, un deposito che il tempo non ha sciolto. Ci si abitua a tutto, dicono. Ma non è vero. Ci si organizza intorno alle assenze. Si impara a non urtarle continuamente. Si spostano i mobili dell’anima per non inciampare ogni giorno nello stesso punto. Però quel punto resta. E forse ricordare serve proprio a questo: non a guarire, perché non tutto deve guarire; non a trattenere chi è andato, perché nessuno torna davvero indietro; ma a impedire che una vita venga ridotta alla sua fine. Un uomo non è la sua malattia. Non è l’ultimo letto, non è l’ultimo respiro, non è il volto stanco degli ultimi giorni. Un uomo è stato prima. È stato voce, gesto, carattere, presenza. È stato difetto e premura, fatica e ostinazione, silenzio e modo di stare al mondo. È stato ciò che ha dato, ciò che ha negato, ciò che ha lasciato senza saperlo.
Ricordare, allora, non è riaprire una ferita per abitarla. È sottrarre una persona all’ultima immagine che la vita ci ha imposto. È riportarla intera, per quanto possibile, fuori dal recinto della sofferenza. È dire: sei stato più del dolore che ti ha consumato, più della malattia che ti ha piegato, più dell’assenza che oggi ti rappresenta.
Non c’è balsamo, certe mattine. Non c’è frase che aggiusti. Non c’è pensiero abbastanza alto da rendere accettabile ciò che resta inaccettabile. C’è solo questo atto minimo, povero e necessario: ricordare. Tenere viva la figura di un uomo che è stato. E forse basta così. Non per consolarci. Per non tradire.

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