
C’è un punto, nella vita delle democrazie, in cui la tolleranza smette di essere una virtù e diventa una forma educata di resa.
A Parigi una delegazione induista in visita alla Tour Eiffel avrebbe chiesto di non avere alcun contatto con personale femminile. Una richiesta che i gestori avrebbero accettato, almeno in un primo momento, come si accettano spesso certe cose oggi: per cortesia, per prudenza, forse per il timore di apparire irrispettosi verso una cultura diversa.
Ed è precisamente qui che comincia il problema.
Perché esistono differenze che una società libera deve proteggere e differenze davanti alle quali deve invece avere il coraggio di dire no. Non tutto ciò che appartiene a una tradizione merita automaticamente rispetto. La tradizione è un fatto; il rispetto è un giudizio morale.
Una donna che lavora non diventa improvvisamente meno donna perché qualcuno, per ragioni religiose, preferirebbe non incontrarla. E soprattutto non deve diventare meno lavoratrice.
Questo dovrebbe essere il punto elementare.
La libertà religiosa significa poter credere nel proprio Dio, pregarlo, vestirsi secondo i propri precetti, mangiare ciò che la propria fede consente, celebrare le proprie feste, educare i figli entro i limiti fissati dalla legge. Significa perfino poter credere che la propria religione contenga la verità assoluta. Ma non significa avere il diritto di organizzare il mondo degli altri secondo quella verità. Il confine è tutto qui.
Una democrazia non entra nella coscienza delle persone. Si arresta davanti alla porta delle convinzioni intime. Ma quando quelle convinzioni escono da quella porta e pretendono di diventare comportamento obbligatorio per gli altri, allora incontra qualcosa di più grande della fede individuale: incontra la legge comune. Ed è forse questo che abbiamo lentamente dimenticato, confondendo la tolleranza con una sorta di disponibilità infinita a cedere.
La parola tolleranza ha assunto negli ultimi anni un significato curiosamente passivo. Sembra significare che ogni usanza debba essere accolta, ogni sensibilità assecondata, ogni differenza preservata persino quando entra in collisione con principi che abbiamo impiegato secoli a conquistare. Ma una società davvero tollerante non è quella che tollera tutto. È quella che garantisce a tutti lo stesso spazio. E proprio per questo deve essere, quando serve, intollerante con l’intolleranza. Non è un gioco di parole. È quasi una necessità geometrica.
Se concedessimo a ciascun gruppo il diritto di sottrarsi alle regole comuni in nome delle proprie convinzioni, dopo qualche tempo non avremmo più una società pluralista. Avremmo una somma di comunità chiuse, ciascuna governata dalle proprie prescrizioni, costrette a sfiorarsi senza davvero riconoscersi.
La Repubblica serve precisamente a impedire questo. Non per cancellare le differenze, ma per costruire sopra di esse un piano comune. Una specie di pavimento civile sul quale possiamo camminare tutti: credenti e atei, cristiani e musulmani, induisti ed ebrei, uomini e donne, conservatori e progressisti. Quel pavimento è fatto di poche cose, ma non negoziabili: dignità della persona, uguaglianza davanti alla legge, libertà individuale, parità tra uomini e donne.
Il resto può essere discusso. Quello no.
La parte più difficile è che questa regola deve valere sempre. Anche quando ci riguarda da vicino. Anzi, soprattutto allora. È molto facile invocare la laicità quando il precetto religioso appartiene alla religione degli altri. Diventa improvvisamente più complicato quando il simbolo religioso è quello che abbiamo visto appeso al muro fin da bambini.
E qui arriva il crocifisso.
Perché se davvero crediamo che la Repubblica debba stare sopra le singole appartenenze, dobbiamo avere il coraggio di applicare il principio anche alle nostre.
Un’aula scolastica pubblica non dovrebbe dire allo studente quale Dio abita quel luogo. Dovrebbe dirgli che quel luogo appartiene anche a lui. Al cristiano come all’ateo. Al musulmano come all’ebreo. A chi prega e a chi non ha mai pregato. A chi vede nella croce la salvezza dell’uomo e a chi vede semplicemente due pezzi di legno.
Il crocifisso può stare nelle chiese, nelle case, al collo di chi lo porta, sulla scrivania di chi lo desidera. Può essere amato, venerato, custodito. La libertà religiosa consiste anche in questo.
Ma quando lo Stato lo appende alla parete di un’aula, il gesto cambia natura. Non è più soltanto fede. Diventa rappresentazione pubblica. E uno Stato laico non dovrebbe scegliere quale trascendenza guarderanno i ragazzi mentre imparano la matematica, la storia o la Costituzione.
La laicità, del resto, non è la guerra contro Dio. È qualcosa di infinitamente più civile: è lasciare Dio alla libertà degli uomini.
Forse dovremmo ricominciare proprio da qui.
Essere indulgenti con le persone, curiosi delle culture, rispettosi delle fedi. Ma severi sulle regole comuni. Perché una società libera può permettersi quasi tutto. Tranne che qualcuno, in nome del proprio Dio, della propria tradizione o della propria maggioranza, decida quale posto devono occupare gli altri. Nemmeno su una torre. Nemmeno dietro una cattedra.