
Le strade sono bellissime quando non fanno domande. Quando si lasciano percorrere con quell’aria lunga e paziente di chi sa già tutto e, proprio per questo, tace. Non chiedono da dove vieni, non pretendono di sapere dove stai andando, non ti costringono a spiegare perché hai acceso il motore, perché hai scelto di partire, perché a un certo punto restare diventa una forma meno evidente di annegamento.
Guidare, certe volte, non è spostarsi. È togliersi da un punto preciso del dolore. È mettere tra sé e ciò che pesa una distanza misurabile in chilometri, caselli, distributori, cartelli verdi, curve, gallerie, camion lenti, stazioni di servizio con caffè cattivi e luci troppo bianche. È affidare al movimento quello che da fermi non si riesce più a pensare.
Dei lunghi viaggi mi piace soprattutto la loro zona intermedia. Quel punto senza nome in cui non appartieni più al luogo da cui sei partito e non appartieni ancora a quello verso cui stai andando. Una terra sospesa, provvisoria, quasi innocente. Sei a metà strada tra il posto dove non vuoi tornare e quello dove non hai avuto né il coraggio né la forza di continuare a restare. E in quella fenditura, per un poco, non devi essere nessuno. Non devi rispondere. Non devi scegliere. Devi solo tenere le mani sul volante e lasciare che il mondo faccia la sua parte: scorrere.
È una delle poche misericordie del viaggio: le cose bellissime passano veloci. Un filare di alberi, un paese appoggiato su una collina, una casa isolata con una finestra accesa, un campo giallo, una nube enorme sopra un viadotto, il mare intravisto di lato come una promessa che non vuole compromettersi. Tutto appare e subito si sottrae. Non c’è tempo di affezionarsi, e dunque non c’è tempo di soffrire. La bellezza, vista dal parabrezza, è salva perché non resta. Ti visita senza chiedere dimora. Ti consola senza pretendere gratitudine. Ti attraversa e scompare, quasi per delicatezza.
Forse è per questo che guidare dà l’illusione di stare meglio: perché riduce il mondo alla sua forma più sopportabile, quella del passaggio. Ogni cosa diventa immagine, e l’immagine non trattiene. Non ti obbliga alla fedeltà. Non ti mette davanti alla colpa di non essere rimasto abbastanza, di non aver amato abbastanza, di non aver saputo salvare ciò che meritava di essere salvato. La strada, invece, è una grammatica più semplice: avanti, ancora avanti, poi una deviazione, poi una sosta, poi di nuovo avanti.
La vita dovrebbe imparare qualcosa dai viaggi lunghi. Dovrebbe concederci almeno una volta la grazia di poterla attraversare senza dover possedere tutto ciò che ci commuove. Senza trasformare ogni incontro in radice, ogni perdita in amputazione, ogni ritorno in una prova generale della nostalgia. Dovrebbe permetterci di cominciare e finire un tratto senza il dolore di sapere che non potremo rifarlo identico, con la stessa luce, la stessa musica, la stessa stanchezza negli occhi, la stessa speranza povera e ostinata che ci teneva compagnia.
Ma la vita non è così generosa. Ogni cosa che passa lascia una traccia. Anche ciò che non abbiamo avuto il tempo di amare trova il modo di mancarci. Anche un paesaggio intravisto per pochi secondi può diventare, anni dopo, una fitta senza indirizzo. Forse perché non soffriamo soltanto per ciò che abbiamo perduto, ma anche per ciò che non siamo riusciti a trattenere abbastanza a lungo da capirlo. E allora resta questo: guidare. Mettere in fila chilometri come preghiere laiche. Lasciare che il parabrezza faccia da schermo tra noi e l’eccesso del mondo. Accettare che alcune forme di salvezza non guariscano davvero, ma spostino appena il peso, lo distribuiscano meglio, lo rendano per qualche ora compatibile con il respiro.
Ci sono giorni in cui non si parte per arrivare. Si parte per non tornare subito. Per abitare il mezzo, l’intervallo, la sospensione. Per concedersi la dignità minima di un altrove, anche soltanto temporaneo. Per ricordare a se stessi che, finché una strada si apre davanti, non tutto è già stato deciso. E forse è questa la felicità più mite che ci è concessa: non quella di trovare finalmente un posto, ma quella di attraversarne molti senza dover chiedere perdono a nessuno. Guardare le cose bellissime sparire oltre il parabrezza e, per una volta, non inseguirle. Lasciarle andare. Lasciarsi andare. Con l’aria soddisfatta di chi, almeno per qualche chilometro, ha capito che per provare a stare meglio non poteva fare altro che guidare.