
Mi riesce difficile trovare la giusta distanza dalle cose degli altri. Non per freddezza, non per superbia, non per quella forma elegante di disinteresse che spesso chiamiamo discrezione solo per non confessarne l’egoismo. È che non so mai dove cominci davvero la vita di qualcuno e dove finisca il mio diritto di affacciarmi.
Così resto sulla frontiera delle vostre cose. Non entro, non invado, non chiedo più del necessario. Mi fermo poco prima della soglia, in quel punto incerto in cui la presenza può ancora somigliare al rispetto e l’assenza non è ancora una colpa. È una misura fragile, lo so. Una geometria instabile dei sentimenti. Ma è l’unica che conosco per continuare a voler bene senza consumare, per restare senza pretendere, per esserci senza fare rumore.
A volte penso che questo mio silenzio possa sembrare lontananza. E forse, da fuori, lo è davvero. La vita giudica spesso dalla quantità delle apparizioni: chi c’è, chi telefona, chi scrive, chi lascia tracce continue del proprio passaggio. Io, invece, ho imparato una forma più povera e più nascosta dell’affetto: quella che non sempre raggiunge gli altri, ma non per questo li perde. Quella che custodisce senza esporre. Quella che si siede in disparte e lascia il mondo continuare, anche quando avrebbe voglia di trattenerlo per un lembo.
So bene il rischio. Chi si mette troppo ai margini finisce per essere confuso con lo sfondo. Si diventa una voce ricordata male, una figura uscita di lato dalla fotografia, uno che un tempo c’era e poi, senza clamore, ha smesso di occupare spazio. L’esilio non arriva sempre come condanna. Certe volte arriva come conseguenza naturale di una lunga educazione al silenzio. Nessuno ti caccia davvero: semplicemente, un giorno, non ti cercano più nello stesso modo.
Eppure mi è caro questo luogo appartato in cui vivo. Non è un rifugio nobile, non è una torre, non è una stanza ordinata dello spirito. È piuttosto un retrobottega dell’anima, pieno di cose conservate senza criterio apparente: ricordi veri e ricordi inventati, giorni accaduti e giorni solamente desiderati, luoghi attraversati una volta e rimasti per sempre, parole ascoltate di sfuggita e diventate fondamento, libri aperti quando serviva una salvezza, convinzioni tenute insieme con lo spago, piccole verità provvisorie, qualche errore che non ho saputo abbandonare.
Lì dentro tutto convive senza gerarchia. La mia matematica a volte un po’ zoppa e le stelle fisse dell’infanzia. Le corse in bici nelle primavere lunghe, quando il mondo aveva ancora la misura esatta delle gambe e del respiro. Le penne, le matite, la carta, i quaderni, l’odore buono delle cose che aspettano di essere scritte. Gli alberi carichi di frutta nei pomeriggi caldi, quando bastava allungare una mano per credere che la vita fosse una promessa mantenuta. I libri che mi hanno spiegato quello che non sapevo dire. Le parole che mi hanno ferito e quelle che mi hanno rimesso in piedi. Il sorriso dei miei figli, che ogni volta sposta più in là il buio. Quello allegro di mia moglie, che sa riportare ordine anche nel punto in cui io avevo già dichiarato perduta la luce, e, subito dopo, quelli degli amici e delle amiche a me assai care, che continuano a ricordarmi che il mondo, anche da lontano, resta abitabile.
Tutto è qui, in me. Non disposto secondo un catalogo, ma poggiato alla rinfusa, come gli oggetti su una scrivania amata: apparentemente disordinati, in realtà tenuti insieme da una fedeltà segreta. Forse siamo questo, alla fine: non ciò che mostriamo al mondo, ma l’archivio confuso di ciò che abbiamo avuto paura di perdere. Una costellazione privata di persone, luoghi, libri, formule, odori, paesaggi, nomi, rimorsi, gratitudini. Grumi di atomi di conoscenza sospesi nello spazio oltre il tempo, materia minima e testarda con cui proviamo a costruirci un riparo.
Non chiedo che questo venga capito del tutto. Sarebbe già molto che non fosse scambiato per indifferenza. C’è chi partecipa alla vita entrando in ogni stanza, chi la attraversa parlando forte, chi tiene acceso il proprio nome nella memoria degli altri con la disciplina quotidiana della presenza. Io so fare meno. So arretrare. So guardare. So restare accanto alle cose senza possederle. So amare, qualche volta, da una distanza che sembra ingiusta anche a me, ma che mi consente di non disperdermi.
In cambio vi lascio il mondo. Le sue urgenze, le sue piazze, le sue cerimonie, il suo chiasso necessario, le sue partenze collettive, le sue fotografie in cui tutti sembrano sapere perfettamente dove mettersi. Prendetelo pure, abitatelo, consumatelo, raccontatevelo a vicenda. Io resterò ancora un poco qui, nel mio luogo appartato, a tenere insieme le cose che mi hanno fatto e quelle che forse, un giorno, mi faranno ancora.
Poi magari, quando tornerete, me lo racconterete.
Con affetto.