Una casa, non un campo

A votare a destra non riescono più nemmeno alcuni cittadini di formazione conservatrice. Non perché abbiano rinnegato le proprie idee, ma perché conservare, qualche volta, significa impedire che il passato peggiore ritorni travestito da presente. Sono persone che credono nell’ordine, nella responsabilità e nel merito, ma non intendono consegnare il proprio voto a chi tratta l’antifascismo come una medicina scaduta. Sono elettori rimasti senza casa. Ma una casa non si costruisce allargando indefinitamente il cortile. Il cosiddetto campo largo continua invece a sembrare una geografia disegnata prima ancora di sapere chi dovrà abitarla. Vi convivono partiti nati l’uno contro l’altro, culture politiche differenti, leadership concorrenti ed elettorati che spesso parlano lingue diverse. Tutto legittimo, persino necessario, a condizione però che l’alleanza non sia soltanto la somma delle paure, tenuta insieme dall’urgenza di battere l’avversario. Essere contro qualcuno può bastare per organizzare una manifestazione. Non basta per governare un Paese.
Si potrebbe obiettare che, in un sistema politico frammentato, un’alleanza ampia sia l’unico modo realistico per contendere il governo alla destra. È un’obiezione seria: la politica non si fa in laboratorio e nessuna forza può permettersi di ignorare i rapporti di forza. Ma proprio per questo un campo largo non può ridursi a un cartello elettorale. Se l’alleanza è necessaria, deve essere anche leggibile: pochi obiettivi condivisi, regole chiare, responsabilità riconoscibili. Altrimenti la somma aritmetica dei partiti produce soltanto una sottrazione di fiducia.
La contrapposizione fra programma e leadership, poi, è uno di quei falsi dilemmi di cui la politica ama nutrirsi quando non vuole decidere. Un programma senza un volto è un manuale d’istruzioni lasciato sul tavolo; un leader senza programma è un manifesto pubblicitario appeso sopra una parete vuota. Servono entrambi: una direzione riconoscibile e qualcuno capace di indicarla senza confonderla con la propria persona.
Anche qui si potrebbe sostenere che insistere troppo sulla leadership significhi personalizzare la politica e impoverire il confronto sui contenuti. Il rischio esiste. Ma rimuovere il problema non lo elimina: gli elettori devono sapere chi sarà chiamato a decidere, mediare e rispondere degli impegni presi. La leadership non deve sostituire il programma; deve renderlo credibile e verificabile. Il programma dovrebbe cominciare da una parola semplice e ormai quasi impronunciabile: giustizia. Anche fiscale. Ma la giustizia fiscale non consiste nel trovare ogni volta un contribuente appena più benestante degli altri e vestirlo da oligarca. Un medico, un dirigente scolastico, un professionista o un funzionario che dichiara un reddito elevato non è per questo un plutocrate, soprattutto se quel reddito è interamente visibile, tassato alla fonte e guadagnato lavorando.
Il paradosso italiano è che il fisco conosce perfettamente la tasca di chi non può nasconderla e perde misteriosamente la vista davanti ai grandi patrimoni, alle rendite opache, alle ricchezze trasferite e agli imponibili evaporati. È più facile colpire chi dichiara che inseguire chi occulta; chiamare “ricco” chi guadagna bene che chiedere conto a chi possiede enormemente; accanirsi sul reddito da lavoro che affrontare sul serio l’evasione. Ma una sinistra che confonde il benessere prodotto con il privilegio ereditato finisce per tassare la fedeltà e premiare l’astuzia.
Qualcuno potrebbe replicare che chi ha redditi elevati debba comunque contribuire in misura maggiore, perché dispone di una capacità economica superiore. È vero: la progressività non è un’ingiustizia, ma un principio costituzionale e civile. Tuttavia, proprio per essere equa, deve distinguere tra reddito alto e ricchezza sottratta al controllo, tra lavoro qualificato e rendita improduttiva, tra chi paga tutto e chi può occultare molto. Colpire indiscriminatamente i contribuenti visibili non significa perseguire i privilegi: significa rendere più fragile il patto fiscale.
La progressività è un principio di civiltà. La caricatura del contribuente, invece, è soltanto propaganda.
Poi viene la coalizione. Elly Schlein, Giuseppe Conte, Silvia Salis o un’altra figura ancora: la scelta non è un dettaglio da rinviare a dopo, come il colore delle tende in una casa che non esiste. Il candidato alla guida del governo deve diventare la sintesi politica dell’alleanza, non il trofeo del partito più abile a organizzare gazebo, piattaforme o truppe cammellate. Le primarie possono essere un momento di partecipazione autentica oppure una guerra civile celebrata sotto un tendone democratico. Dipende da ciò che viene prima: regole condivise, un progetto comune e la disponibilità a riconoscersi nel risultato.
Prima di scegliere il comandante, insomma, bisognerebbe sapere dove si vuole andare. Ma prima ancora di mettersi in viaggio, occorrerebbe verificare che i passeggeri abbiano almeno accettato di salire sullo stesso treno.
Il centrosinistra non può limitarsi a promettere più spesa, più tasse per categorie definite con l’accetta e più indignazione morale. Deve spiegare come intende difendere i salari, salvare la sanità pubblica, restituire dignità alla scuola, sostenere l’impresa che produce, distinguere il merito dal privilegio e governare l’immigrazione senza crudeltà e senza rimozioni. Deve dimostrare che la solidarietà non è assistenza perpetua, che la sicurezza non appartiene alla destra e che la responsabilità individuale non è una bestemmia neoliberista.
Si dirà che questa ricerca di equilibrio rischia di annacquare l’identità progressista e di inseguire elettori moderati a scapito delle fasce più vulnerabili. Anche questa è un’obiezione da prendere sul serio. Ma difendere i salari, la sanità, la scuola e la dignità del lavoro non significa annacquare l’identità: significa darle una forma concreta. Un progetto progressista che non sa parlare anche a chi teme l’instabilità, l’insicurezza o l’ingiustizia fiscale lascia proprio i più fragili in balia delle promesse più semplici e delle paure più manipolabili. Soprattutto, il centrosinistra deve smettere di considerare il voto “a naso turato” una risorsa politica. Nessun cittadino dovrebbe essere costretto a scegliere trattenendo il respiro. Un voto così non è consenso: è una breve apnea prima della delusione.
Esiste un’Italia moderata ma non indifferente, conservatrice ma costituzionale, severa senza essere feroce. Non chiede di essere convertita. Chiede di essere ascoltata. Se il centrosinistra saprà offrirle un progetto credibile, una fiscalità equa, una guida autorevole e un’alleanza capace di assumersi responsabilità comuni, potrà finalmente trasformare il campo in una comunità. Altrimenti resterà largo soltanto sulla carta: un grande spazio vuoto, nel quale ciascuno coltiva il proprio recinto e tutti, insieme, continuano a perdere.

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