Il bosco non ha campo

Un tempo il cercatore di funghi custodiva il luogo dei suoi ritrovamenti con la discrezione riservata agli amori clandestini. Interrogato, indicava vagamente «su, verso la montagna», accompagnando le parole con un gesto abbastanza ampio da comprendere tre province. Non era soltanto gelosia: era il rispetto, forse inconsapevole, per ciò che vive meglio quando non diventa notizia.
Poi è arrivato l’animale social, evoluzione recente dell’animale sociale. Ha smesso di condividere il pane e ha cominciato a condividere la fotografia del pane; non racconta più ciò che gli accade, ma accade ciò che può raccontare. Così anche il porcino, creatura schiva del sottobosco, è stato costretto a diventare contenuto, geolocalizzato, illuminato, disposto nel cestino secondo criteri cromatici. Il bosco, poverino, non sapeva di essere diventato virale.
Il problema, naturalmente, non sono i funghi. È questa nostra crescente incapacità di lasciare qualcosa fuori dall’inquadratura. Ogni esperienza deve produrre una prova, ogni emozione una notifica, ogni scoperta un pubblico. Non ci basta più trovare: abbiamo bisogno di essere visti mentre troviamo. E ciò che non riceve approvazione finisce per sembrarci meno vero, quasi non fosse accaduto. È una riflessione che mi è tornata alla mente anche leggendo l’Amaca di Serra, con quel suo modo di osservare il presente attraverso dettagli apparentemente minimi, capaci però di rivelare un’abitudine collettiva. Anche lì, in fondo, affiora la stessa domanda: che cosa ci resta di un’esperienza quando sentiamo il bisogno di trasformarla subito in racconto, immagine o consenso?
Le dipendenze contemporanee nascono così, senza il rumore delle catene. Hanno il suono lieve di un pollice che scorre sul vetro. Ci promettono libertà, mentre imparano con precisione ciò che ci trattiene; ci offrono il mondo, ma ce ne mostrano soltanto la porzione capace di tenerci ancora qualche minuto davanti allo schermo. Non serve neppure un burattinaio: basta un sistema che premi ciò che ci eccita, ci indigna o ci rassicura, e nasconda tutto ciò che richiederebbe tempo, dubbio e fatica. L’algoritmo, in fondo, non decide che cosa sia vero. Fa qualcosa di più sottile: decide che cosa vedremo abbastanza spesso da sembrarci vero. Quello che appare per primo diventa importante; quello che si ripete diventa opinione comune; quello che raccoglie consenso finisce per assomigliare alla ragione. E noi, persuasi di scegliere, percorriamo sentieri già tracciati dai nostri desideri, dalle nostre paure e da chi ha imparato a trasformarli in profitto.
Così una fotografia di cento porcini non mostra cento porcini: fabbrica cento cercatori. Un video non documenta soltanto un luogo, lo convoca. Una convinzione molto condivisa non descrive necessariamente il mondo: talvolta lo produce, e non sempre per il meglio.
Forse dovremmo reimparare la sapienza dei vecchi cercatori: conoscere un posto senza denunciarlo, possedere una gioia senza esibirla, tornare a casa con il cestino pieno e il telefono vuoto. Non per nostalgia, ma per igiene dello sguardo. Perché alcune cose crescono soltanto nel silenzio. E non tutto ciò che troviamo deve sapere dove siamo.

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