
Ci sono luoghi che, quando li lasci, smettono di essere un indirizzo ma non smettono di appartenerci.
Per questo fa male leggere ciò che è accaduto al Majorana. Fa male in un modo particolare, perché dietro quelle finestre, quei laboratori, quelle aule non riesco a vedere soltanto muri e attrezzature: vedo volti. Vedo colleghi preparati e generosi, ragazzi curiosi, discussioni, lezioni riuscite e altre da aggiustare, progetti costruiti insieme. Vedo un anno della mia vita.
Una scuola devastata è un’immagine triste, ma non è una scuola sconfitta. Perché una scuola non coincide con ciò che può essere rotto. I vetri si sostituiscono, gli strumenti si ricomprano, le stanze si rimettono in ordine. Più difficile, e infinitamente più importante, è continuare a costruire nelle persone quel senso del limite, della responsabilità e del bene comune che nessun laboratorio può contenere e che pure dovrebbe essere il risultato più alto di ogni educazione. Ed è forse questo il paradosso più amaro: proprio mentre una scuola si prepara a ricominciare, qualcuno sceglie di distruggere. Ma la scuola conosce un verbo più ostinato della distruzione: ricostruire.
Al Dirigente, ai colleghi e soprattutto ai miei ragazzi del Majorana va stasera un pensiero affettuoso. Continuate a riempire quelle aule di intelligenza, curiosità, lavoro e futuro. Perché si possono rompere molte cose in una scuola. Perché una scuola può essere ferita nei muri. Ma finché resta qualcuno disposto a insegnare il valore di ciò che è stato distrutto, quella scuola è ancora in piedi.