
È morta Emma Bonino.
Non credo servano santini. E nemmeno quelle improvvise unanimità che la morte distribuisce con troppa generosità, trasformando in patrimonio comune persone che, da vive, hanno avuto il merito assai più interessante di dividere, disturbare, costringere gli altri a prendere posizione.
Emma Bonino apparteneva a quella specie ormai piuttosto rara della politica italiana: quelli che non chiedono al proprio tempo che cosa convenga pensare, ma decidono cosa ritengono giusto e poi accettano il prezzo di sostenerlo.
Si può essere stati lontani da molte sue idee, dalle sue scelte, perfino dal suo modo di intendere la politica. Ma resta difficile sottrarsi a un dato: per mezzo secolo ha abitato alcune delle frontiere più scomode della libertà individuale.
L’aborto quando parlarne significava mettere in discussione non soltanto una legge, ma un ordine morale. I diritti delle donne quando la parola autodeterminazione sembrava quasi un’insolenza. La pena di morte, i diritti umani, l’Europa, le libertà civili quando ciascuna di queste battaglie chiedeva ancora di esporsi personalmente, non soltanto di aggiungere una firma digitale sotto un appello. La laicità, soprattutto. Che è parola molto più seria dell’anticlericalismo con cui spesso viene confusa.
Essere laici non significa pretendere che gli uomini non abbiano un Dio. Significa pretendere che nessun Dio diventi legge per gli altri. Significa riconoscere alla fede il diritto di entrare nelle coscienze e negarle quello di entrare, senza permesso, nelle vite altrui. Significa considerare lo Stato non il proprietario morale dei cittadini, ma il garante dello spazio nel quale ciascuno possa scegliere chi essere, come vivere, perfino come sbagliare. È questo, forse, il punto più importante delle battaglie radicali cui Bonino ha legato la propria storia: aver ricordato alla politica che esiste una regione dell’esistenza davanti alla quale il potere dovrebbe imparare a fermarsi. Il corpo. La coscienza. La maternità. La fede. La malattia. La morte.
Ci sono porte davanti alle quali uno Stato civile dovrebbe limitarsi a garantire che nessuno costringa nessuno. Sembra poco. È quasi tutto. Perché la tentazione del potere è sempre la stessa: decidere per il nostro bene. Stabilire quale vita sia corretta, quale famiglia rispettabile, quale desiderio legittimo, quale sofferenza sopportabile. E la libertà comincia esattamente nell’istante in cui qualcuno domanda al potere di fare un passo indietro.
Curiosamente, proprio una donna diventata per decenni uno dei simboli della laicità italiana ricevette, negli ultimi anni, la visita di un Papa. Anche questa è una piccola immagine da conservare. Non perché concili ciò che non ha bisogno di essere conciliato, ma perché racconta una cosa più adulta: si può stare su rive lontanissime senza trasformare il fiume in una guerra. La laicità migliore non perseguita il sacro. Gli impedisce soltanto di comandare. E la fede migliore, forse, non pretende di vincere: incontra.
Bonino attraversò Parlamento, governo, istituzioni europee, diplomazia internazionale. Ma probabilmente resteranno meno gli incarichi dei problemi che contribuì a rendere impossibile ignorare. È questo uno dei modi più decenti di attraversare la politica: non occupare soltanto posti, ma spostare confini.
Ora che è morta arriveranno gli elogi, anche da luoghi nei quali molte delle sue battaglie continuano a essere guardate con sospetto. È il piccolo paradosso delle persone scomode: bisogna aspettare che smettano di parlare per scoprire quanto fosse utile averle intorno. Non serve farne un’icona. Le icone, dopotutto, stanno ferme. Emma Bonino ha passato una vita a fare esattamente il contrario: a spostare di qualche centimetro il limite oltre il quale comincia la libertà degli altri.
Per questo, senza santificarla e senza fingere concordie che non esistono, oggi basta forse una parola più semplice.
Grazie.
Non per averci detto come vivere. Per aver combattuto perché potessimo decidere noi.