
Capita, la mattina, prima di arrivare in classe, di affidare alla musica i chilometri che separano casa dal lavoro. Non tanto per coprire il silenzio, quanto per impedire che siano le preoccupazioni a occuparlo tutto. La musica è una buona amministratrice delle distanze: prende minuti che sarebbero soltanto minuti e li trasforma in qualcos’altro.
Ieri l’algoritmo di YouTube Music — quella specie di destino senza metafisica che pretende di conoscerci contando ciò che ascoltiamo — ha deciso che avrei dovuto sentire una raccolta di canzoni di Max Pezzali. Non ricordo quale sia partita per prima. Ricordo però che l’ho riconosciuta. Poi ne è arrivata una seconda e conoscevo anche quella. Alla terza stavo già cantando.
Non seguivo soltanto la melodia. Sapevo le parole, le pause, il punto esatto in cui la voce avrebbe ripreso fiato prima del ritornello. La bocca ricordava prima della testa.
La cosa mi ha sorpreso perché non sono mai stato un fan degli 883, almeno non uno di quelli che compravano ogni disco, aspettavano un concerto o sapevano raccontare la storia di ogni canzone. Se qualcuno me lo avesse chiesto fino al giorno prima, avrei risposto di conoscerne qualcuna. Le più famose, certo. Le inevitabili.
E invece le conoscevo quasi tutte.
È stato allora che ho capito che esistono canzoni che ascoltiamo e canzoni dalle quali, senza accorgercene, siamo stati ascoltati. Rimangono accanto a noi mentre siamo impegnati a vivere. Non chiedono attenzione, non pretendono fedeltà. Si limitano a passare abbastanza volte da trovare un posto nella memoria.
Le canzoni che scegliamo raccontano qualcosa dei nostri gusti. Quelle che non abbiamo scelto, forse, raccontano meglio il nostro tempo.
Negli anni Novanta la musica arrivava da ogni parte. Dalle radio accese nelle stanze vicine, dalle automobili degli amici, dai bar, dalla televisione, dalle feste alle quali si andava magari soltanto per incontrare qualcuno. C’erano canzoni che non avevi deciso di ascoltare ma che era quasi impossibile evitare. Finivano per diventare la tappezzeria di un’epoca: e della tappezzeria non ti accorgi finché, molti anni dopo, non la rivedi nella fotografia di una stanza in cui sei stato felice. Quelle canzoni erano lì quando avevo vent’anni e cominciavo l’Università. Evidentemente mi accompagnavano mentre pensavo ad altro: agli esami, al futuro, alle persone, alla fretta di diventare qualcuno senza aver ancora capito bene chi. Io non le ascoltavo davvero, ma loro intanto conservavano tutto. La luce di quelle mattine, l’inquietudine delle attese, la sproporzione tra i progetti e il coraggio, quella sensazione irripetibile di avere davanti più tempo di quanto sarebbe mai stato possibile consumarne.
A vent’anni non sappiamo che ciò che stiamo vivendo diventerà passato. Il presente ci sembra una materia inesauribile. Sprechiamo pomeriggi, occasioni e perfino tristezze con la tranquilla arroganza di chi crede che tutto potrà essere ripetuto. Non sappiamo ancora che un giorno basteranno poche note, ascoltate per caso lungo una strada qualunque, per farci desiderare persino una mattina che allora ci sembrava insignificante.
La memoria, del resto, è una pessima archivista. Non conserva necessariamente ciò che abbiamo giudicato importante. Mette insieme le cose per prossimità: una voce e una stanza, un ritornello e un’estate, una canzone leggera e una paura che non avevamo raccontato a nessuno. Poi chiude tutto in un cassetto e perde apposta la chiave. Finché qualcosa — un odore, una luce, un algoritmo particolarmente fortunato — non riapre quel cassetto senza chiedere permesso.
Mentre guidavo verso scuola ho avvertito un piccolo cortocircuito. Stavo andando in classe per insegnare e ascoltavo le stesse canzoni che mi avevano accompagnato quando nelle aule entravo ancora per imparare. Tra quelle due aule c’è quasi una vita intera. Eppure un ritornello è riuscito ad attraversarla senza prendere fiato.
Forse è questo che fanno certe musiche: tengono insieme persone che siamo stati in tempi diversi. Il ragazzo che cominciava l’Università e l’uomo che oggi va al lavoro non hanno lo stesso volto, non nutrono le stesse paure e non aspettano più le stesse cose. Ma conoscono ancora le medesime parole. Per la durata di una canzone possono perfino riconoscersi.
Non tutta la nostalgia è desiderio di tornare indietro. A volte è soltanto la commozione di scoprire che qualcosa di noi è rimasto al proprio posto. Non vorrei riavere vent’anni: vorrei soltanto non perdere del tutto quello che a vent’anni ero, prima che il tempo aggiungesse responsabilità, rinunce, competenza e prudenza.
Arrivato davanti alla scuola, ho spento il motore e la musica si è interrotta a metà di una canzone che, fino al giorno prima, non sapevo di conoscere.
Sono entrato in classe. Con me, per qualche minuto, è entrato anche quel ragazzo di vent’anni che credevo di avere dimenticato. Non aveva nulla da spiegare. Conosceva tutte le canzoni.