Il centimetro zero…

L’altro giorno avevamo lasciato la politica intenta a misurare la fedeltà femminile con il metro da sarta. Più stoffa, più virtù. Una donna poco appariscente, spiegava Antonio Tajani, sarebbe stata più affidabile, più adatta alla stabilità familiare; la gonna un po’ più lunga era diventata, dentro quella metafora matrimoniale, quasi un certificato morale. Tajani ha poi detto di essere stato frainteso e si è scusato con chi si fosse sentito offeso. Sembrava difficile aggiungere qualcosa. È arrivato Roberto Vannacci e ha tolto direttamente la gonna.
Intervistato stamattina a Start su Sky TG24, alla domanda nata proprio dalle parole di Tajani ha risposto: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna». Prima aveva precisato che, essendo la domanda «leggera», avrebbe risposto in maniera altrettanto leggera. Ed è forse proprio quella leggerezza il punto.
Perché esiste una leggerezza dell’intelligenza, capace di togliere peso alle cose senza togliere loro dignità. E poi esiste quella più semplice, che consiste nel togliere dignità e chiamarla battuta.
Il problema non è scandalizzarsi per una donna senza gonna. Per fortuna siamo usciti, almeno formalmente, dall’epoca in cui il corpo femminile aveva bisogno dell’autorizzazione pubblica per esistere. Il problema è un altro: nel giro di quarantotto ore la donna è passata dall’essere moglie affidabile se sufficientemente coperta a essere preferibile se sufficientemente spogliata.
Cambia la barzelletta. Resta il soggetto grammaticale sottinteso: l’uomo che guarda.
In un caso misura. Nell’altro desidera. In entrambi la donna appare dentro il discorso non come persona che sceglie, pensa, desidera, tradisce o resta fedele secondo la propria irriducibile complessità, ma come corpo osservato dall’esterno, classificato secondo l’uso che lo sguardo maschile decide di farne. Gonna lunga: buona moglie. Gonna corta: sospetta. Senza gonna: meglio. È quasi una piccola teoria politica del guardaroba, se non fosse che a rimetterci, come spesso accade, è la politica.
Perché una battuta non diventa innocente semplicemente dichiarandola tale. L’ironia non possiede un lasciapassare diplomatico. Può essere intelligente, feroce, persino sconveniente; ma si giudica da ciò che mette a nudo, non soltanto da ciò che pretendeva di nascondere.
E qui mette a nudo soprattutto una cosa: quanto sia ancora naturale, nel linguaggio pubblico, parlare delle donne attraverso il loro corpo.
Non occorre stabilire se chi pronuncia una frase debba essere racchiuso definitivamente nell’etichetta di «sessista». È più utile guardare il meccanismo della frase. Una donna viene trasformata nell’oggetto di una preferenza sessuale mentre si sta discutendo proprio del modo in cui la politica parla delle donne. La risposta non confuta lo stereotipo precedente: gli cambia soltanto inclinazione.
Tajani aveva messo il moralismo sulla gonna. Vannacci ci ha messo lo sguardo.
Il risultato è curiosamente complementare: prima il corpo femminile viene disciplinato, poi viene spogliato. È il medesimo corpo visto da due finestre diverse, ma sempre con qualcuno dall’altra parte del vetro che decide che cosa significhi.
Si dirà che è soltanto una battuta. Può darsi. Ma le battute sono piccole radiografie culturali. Durano pochi secondi e qualche volta mostrano ossa molto antiche.
Il punto, allora, non è chiedere a Vannacci di preferire le gonne lunghe. Sarebbe persino peggio. Il punto sarebbe riuscire, prima o poi, a costruire un discorso pubblico nel quale la lunghezza della gonna di una donna non debba significare assolutamente niente. Né della sua fedeltà. Né della sua serietà. Né della sua disponibilità sessuale. Niente.
Sarebbe un progresso sorprendente: lasciare finalmente le donne vestite come vogliono e la politica, possibilmente, un po’ meno nuda.

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