Ottobre…

Ottobre mi aspetta in un punto della strada che durante il giorno non saprei ritrovare. Devo arrivarci con la stanchezza giusta, dopo aver parlato molto, letto abbastanza, lasciato qualche pensiero a metà. Allora, all’uscita di una curva, i tetti prendono fuoco in silenzio e io torno a ricordare cose che credevo di non aver guardato.
Un polso che sporge da una manica. Il modo di voltarsi sentendo il proprio nome. Quell’esitazione prima di ridere, quando ancora si potrebbe restare seri e invece si sceglie, insieme, di perdere il contegno.
Guido verso casa. Ho con me le carte, la borsa sul sedile, le piccole urgenze che al mattino parevano decisive. Adesso il sole attraversa il parabrezza e raggiunge persino quelle, le ricopre di una polvere chiara. Per qualche chilometro posso lasciarle dove sono.
Ti penso in questa sospensione, mentre il giorno perde i contorni e ogni cosa sembra sul punto di somigliare a qualcos’altro. Un filare diventa il margine di un giardino. Una finestra accesa, una sera lontana. E mi torna alla mente una frase di cui ricordo benissimo la voce, quasi nessuna parola.
Eravamo rimasti lì, forse. A una cosa da dire dopo.
«Λέγε εἰδώς», mi ripeto piano. Le sillabe fanno un breve viaggio nell’abitacolo. Poi ascolto il rumore delle ruote, una vibrazione nel cruscotto. Fuori, il rame si è fatto rosa, di quel rosa sottile che dura appena il tempo di accorgersene.
Mi sorprendo a sorridere.
Di quei giorni saprei raccontare pochissimo. Appena comincio a metterli in ordine, qualcosa si sottrae: una sera cambia posto, un gesto appartiene a due ricordi diversi. Rimane invece intatta la facilità con cui il tempo ci sfuggiva. Si alzava lo sguardo e si era fatto tardi. C’era sempre un’ultima cosa, trascurabile, che valeva ancora qualche minuto.
A volte mi domando se anche tu abbia conservato un particolare così. Un oggetto sul tavolo. Una strada. Il punto esatto in cui una conversazione prese a camminare da sola e noi le andammo dietro, dimenticando dove volevamo arrivare.
Intanto le prime auto accendono i fari. Riconosco il distributore, l’insegna del bar, il balcone con le piante che resistono alla stagione. La strada torna quella di ogni giorno. Rallento dove rallento sempre.
Eppure, quando arrivo, resto un momento con le chiavi in mano. Sopra le case sopravvive una striscia di luce; la guardo assottigliarsi, ancora appoggiato alla portiera.
Queste righe sono per te. Le ho cominciate prima che facesse buio. Adesso, dalla finestra, vedo soltanto la mia mano che scrive.

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