
C’è una cosa che la scienza fa con una certa eleganza, e che agli uomini riesce molto meno bene: non serba rancore.
Prende una buona idea, la mette alla prova, la corregge, la migliora e poi la porta altrove. Non le interessa sapere chi, qualche anno prima, l’avesse insultata su Facebook.
Ed è forse questo il dettaglio più divertente.
Perché c’è stato un tempo, neppure remoto, in cui quattro lettere — mRNA — erano sufficienti a trasformare rispettabili geometri, commercialisti, personal trainer e cugini particolarmente informati in biologi molecolari.
Avevamo scoperto un Paese sterminato di esperti. Gente che fino al giorno precedente faticava a distinguere un virus da un batterio spiegava con ammirevole sicurezza cosa sarebbe accaduto al nostro DNA. Altri avevano capito tutto di sperimentazione clinica durante una pausa pranzo. Qualcuno pretendeva «anni di studi», possibilmente da concludersi entro il giovedì successivo.
Moderna, poi.
Il nome stesso aveva qualcosa di sospetto. Troppo moderno, probabilmente.
Big Pharma.
Il siero sperimentale.
La terapia genica.
Non sappiamo cosa ci mettono dentro.
E naturalmente l’immortale: Io non sono contrario ai vaccini, però…
Quel però è stato forse il più grande laboratorio scientifico italiano degli ultimi anni. Dopo veniva di tutto.
La cosa interessante è che mentre noi litigavamo nei gruppi WhatsApp, nei laboratori continuavano a lavorare. È un’abitudine piuttosto irritante della ricerca: procede anche senza attendere l’esito dei nostri sondaggi su Telegram. E quella tecnologia così minacciosa continuava a essere studiata. Perché l’mRNA non era nato con il Covid e non è morto con il Covid. È un modo estremamente raffinato di consegnare alle cellule un’istruzione temporanea: non un destino, un messaggio. Una specie di foglietto che l’organismo legge e poi distrugge.
La ricerca ha continuato a chiedersi se quel messaggero potesse insegnare al sistema immunitario qualcosa di ancora più difficile: riconoscere alcune caratteristiche specifiche di un tumore e aiutarlo a combatterlo.
E adesso siamo arrivati al punto in cui quella strada sta producendo risultati clinici avanzati anche contro il melanoma.
C’è dentro una specie di ironia che sarebbe difficile inventare meglio. La tecnologia che avrebbe dovuto sterminarci potrebbe contribuire a impedirci di morire.
Naturalmente bisognerà aspettare i dati completi, le pubblicazioni, le valutazioni delle autorità regolatorie. Perché questo fa la scienza quando ottiene un risultato promettente: non apre una diretta Facebook. Controlla. E soprattutto non significa che abbiamo «vinto il cancro». La scienza seria non parla così. Procede per centimetri, non per proclami. Toglie probabilità alla morte, una alla volta.
Ma sarebbe bello conservare almeno una fotografia di questi anni.
Da una parte uomini e donne nei laboratori che studiano come convincere il nostro sistema immunitario a riconoscere meglio cellule impazzite.
Dall’altra qualcuno che nel 2021 scriveva in maiuscolo:
SVEGLIAAAAA!!!
Non so che fine abbiano fatto tutti. Immagino stiano bene. Qualcuno avrà cambiato argomento. Qualcun altro starà spiegando l’intelligenza artificiale, la geopolitica, le scie degli aerei o l’economia tedesca con la stessa rassicurante competenza con cui spiegava l’RNA messaggero. È uno dei vantaggi dell’opinionismo: non richiede memoria.
La scienza, invece, ne ha moltissima.
Conserva gli errori, i tentativi falliti, gli esperimenti riusciti, le intuizioni di decenni prima. Accumula conoscenza. E qualche volta una tecnologia sviluppata attraverso anni di ricerca, diventata improvvisamente famosa durante una pandemia, trova nuove applicazioni e arriva davanti alla porta di una malattia terribile. Bussa.
Forse riuscirà ad aprirla, forse soltanto un poco. Serviranno ancora verifiche, prudenza, tempo.
Ma c’è una piccola soddisfazione laica nel pensare che, mentre qualcuno gridava di non fidarsi della scienza, la scienza non abbia smesso neppure per un momento di occuparsi anche di lui. Persino del signore dello SVEGLIAAAAA!!! Che, in fondo, è la differenza fondamentale tra conoscenza e tifo.
Il tifo vuole avere ragione. La scienza vuole funzionare.
E quando funziona, per fortuna, non chiede a nessuno che cosa scrivesse su Facebook nel 2021.