
C’è un modo molto semplice per riconoscere quando la politica comincia a diventare pericolosa: non quando discute con la scienza, ma quando pretende di suggerirle la risposta. È una differenza sottile soltanto in apparenza.
La politica ha tutto il diritto di scegliere. Anzi, è esattamente il suo mestiere. Può decidere quali valori privilegiare, quali interessi contemperare, quali limiti stabilire. Può perfino assumere decisioni che una parte della comunità scientifica considera sbagliate. In democrazia il governo degli uomini non appartiene agli scienziati. Ma per scegliere liberamente bisogna almeno conoscere onestamente ciò che esiste.
Ed è qui che la storia del suicidio assistito e del presidente del CNR Andrea Lenzi diventa molto più grande del suicidio assistito.
La vicenda, ridotta alla sua ossatura, ha qualcosa di paradossale. Il Senato domanda al presidente del più importante ente pubblico italiano di ricerca se esista una tecnologia capace di permettere a una persona completamente paralizzata di autosomministrarsi il farmaco previsto nella procedura di suicidio assistito.
La questione è decisiva: senza l’atto autonomo del paziente, infatti, si entra nel diverso terreno dell’eutanasia. E dunque la disponibilità di un dispositivo del genere non è un dettaglio ingegneristico. È uno dei punti sui quali passa il confine giuridico fra ciò che oggi può essere consentito e ciò che resta vietato. La risposta di Lenzi è, in sostanza, che dispositivi conformi alle norme europee non risultano reperibili e che non gli sono noti studi o sperimentazioni per costruirli.
Ci sarebbe soltanto un particolare.
Uno di quei particolari minuscoli che hanno il brutto vizio di rovinare le grandi costruzioni retoriche. Quel dispositivo il CNR lo aveva costruito. Pochi mesi prima.
Lo aveva fatto su disposizione del tribunale di Firenze per consentire a una donna di cinquantacinque anni, paralizzata dal collo in giù e indicata pubblicamente con il nome di “Libera”, di azionare attraverso un puntatore oculare il meccanismo necessario alla somministrazione del farmaco. E allora cominciano le parole.
Non era un dispositivo, si è spiegato successivamente, ma un prototipo. Non era reperibile, perché materialmente non si trovava più nei locali del CNR. Il presidente non ne conosceva la realizzazione, perché il tribunale si sarebbe rivolto direttamente all’ingegnere incaricato. È curioso il destino delle parole quando incontrano il potere: improvvisamente acquistano una precisione che nella vita ordinaria non possiedono mai.
Un oggetto esiste, ma non è reperibile.
È stato costruito, ma è un prototipo.
Lo ha costruito l’ente che presiedi, ma tu non ne sai nulla.
Tecnicamente, magari, ogni frase può trovare un pertugio nel quale ripararsi.
È l’insieme che diventa difficile da abitare.
Perché dalle audizioni successive è emerso che il presidente era stato coinvolto nelle comunicazioni relative all’incarico affidato dal tribunale. E prima ancora della vicenda parlamentare erano già accadute altre cose singolari: richieste di rinvio quando il dispositivo risultava sostanzialmente pronto; la decisione di chiedere al ministero della Salute un’autorizzazione preventiva che tanto il tribunale quanto l’Avvocatura dello Stato consideravano non necessaria; ulteriori verifiche che hanno finito per allungare i tempi. E qui conviene fermarsi. Perché altrimenti il rischio è trasformare tutto nell’ennesima disputa italiana sul fine vita: cattolici contro laici, destra contro sinistra, favorevoli contro contrari. Sarebbe persino rassicurante. Il problema è un altro. Il problema è che cosa accade a un paese quando la competenza scientifica istituzionale smette di descrivere la realtà e comincia, anche soltanto attraverso omissioni, cautele selettive o ambiguità linguistiche, ad adattarla alla convenienza politica del momento.
Non occorre falsificare un esperimento. È molto più elegante. Basta scegliere quale parte della realtà raccontare.
La scienza, del resto, non è infallibile. Non lo è mai stata e non pretende seriamente di esserlo. Procede proprio attraverso errori, confutazioni, verifiche, revisioni. La sua forza non consiste nel possedere la verità, ma nel sottoporre le proprie affermazioni a un metodo che renda possibile smentirle.
Per questo il rapporto fra scienza e potere è sempre stato delicato. Il potere ama le conclusioni. La scienza ama i dubbi. Il potere domanda: possiamo farlo oppure no? La scienza dovrebbe rispondere: questo è ciò che sappiamo.
Poi dovrebbe fermarsi.
Il resto appartiene alla politica, alla morale, al diritto, alla coscienza collettiva.
Quando invece i due piani si confondono accade qualcosa di più grave di una semplice interferenza. La scienza presta alla decisione politica il proprio prestigio, mentre la politica offre alla scienza la propria convenienza.
Nasce così una creatura abbastanza inquietante: una decisione ideologica travestita da necessità tecnica.
Ed è difficile contestarla, perché chi potrebbe mai mettersi contro “la scienza”?
Il caso del suicidio assistito rende questa deformazione ancora più dolorosa perché dietro le parole dispositivo, prototipo, collaudo, autorizzazione preventiva non ci sono soltanto procedure amministrative.
Ci sono persone.
Persone immobili in un letto.
Persone perfettamente coscienti che chiedono da mesi o da anni che lo Stato dica loro se possano esercitare un diritto riconosciuto, entro condizioni precise, dalla Corte costituzionale.
Si può essere contrari al suicidio assistito.
È una posizione moralmente e politicamente legittima.
Si può pensare che la vita debba essere protetta fino all’ultimo istante, che lo Stato non debba mai collaborare alla morte di un cittadino, che il confine aperto oggi possa produrre domani conseguenze che non siamo capaci di prevedere. Sono argomenti seri. Vanno discussi.
Ma proprio perché sono seri non hanno bisogno che la realtà tecnica venga accomodata per sostenerli.
Se una maggioranza parlamentare è contraria al suicidio assistito, abbia il coraggio politico di esserlo. Lo dica. Voti. Se ne assuma la responsabilità davanti agli elettori.
È questo, dopotutto, il privilegio e la fatica della democrazia.
Molto più discutibile è costruire attorno a una scelta politica una nebbia tecnica dentro la quale nessuno riesca più a distinguere ciò che è impossibile da ciò che semplicemente non si vuole fare. Perché un prototipo esistente non diventa inesistente cambiandogli nome.
E una difficoltà politica non diventa un’impossibilità scientifica soltanto perché a pronunciarla è qualcuno con un titolo prestigioso davanti al proprio nome.
C’è poi un’altra coincidenza che merita almeno attenzione. Lenzi è stato nominato alla presidenza del CNR nel luglio del 2025 dal ministero dell’Università ed è considerato vicino ad ambienti della maggioranza fortemente contrari alla regolamentazione del fine vita.
Questo, naturalmente, non dimostra nulla da solo.
Ed è importante dirlo.
La vicinanza politica non è una colpa e non rende automaticamente falsa un’affermazione scientifica.
Ma proprio per questo chi guida un’istituzione scientifica dovrebbe custodire con una cura quasi ossessiva la distanza fra le proprie convinzioni, le relazioni politiche e i fatti che è chiamato a riferire.
Perché l’autorevolezza non appartiene alla persona che occupa una carica.
Le viene prestata dall’istituzione.
E va restituita intatta.
Il CNR non dovrebbe essere di destra né di sinistra, cattolico né ateo, conservatore né progressista. Dovrebbe essere una delle poche stanze della Repubblica nelle quali, quando qualcuno domanda se una cosa esiste, la risposta dipende esclusivamente dal fatto che quella cosa esista. Sembra poco. È moltissimo.
Viviamo già in un tempo nel quale la fiducia nella scienza è fragile. Abbiamo imparato quanto rapidamente possano diffondersi sospetti, complotti, superstizioni e diffidenze verso esperti e istituzioni. E poi facciamo una cosa incomprensibile: offriamo ai diffidenti delle ottime ragioni per diffidare.
Perché se il cittadino comincia a sospettare che una risposta scientifica possa cambiare a seconda del governo, della sensibilità etica di chi dirige un ente o dell’esito politico desiderato, il danno non riguarda più una legge. Riguarda tutte le altre risposte.
Domani parleremo di vaccini, clima, energia nucleare, inquinamento, intelligenza artificiale, genetica. E qualcuno domanderà, non senza qualche ragione: questa cosa è vera oppure è la verità che in questo momento conviene allo Stato?
È una domanda devastante.
Una democrazia può sopravvivere a una cattiva legge. Può correggerla. Può cambiarla dopo un’elezione. Può perfino sopravvivere a politici mediocri: ne abbiamo una discreta esperienza storica.
Molto più difficile è ricostruire la fiducia nelle istituzioni della conoscenza una volta che abbiamo insinuato il sospetto che anch’esse possano essere arruolate.
La politica deve interrogare la scienza.
Deve finanziarla. Deve ascoltarla.
Qualche volta deve perfino decidere contro il suo parere. Ma dovrebbe avere una sola premura: non metterle mai il guinzaglio.
Perché quando la politica ordina alla scienza dove andare, all’inizio sembra sempre che sia la scienza a obbedire. Poi, quasi senza accorgercene, è la realtà che siamo costretti a seguire.