
Ci sono parole che arrivano leggere.
Le senti mentre hai ancora il sale addosso, tra una nuotata e l’altra, con il sole che dovrebbe rendere innocuo quasi tutto. Vengono dette senza cattiveria, magari perfino con affetto. Come si dice che l’acqua è fredda o che domani forse cambia il tempo.
Poi però restano.
Vecchio. È una parola curiosa, soprattutto quando a pronunciarla è qualcuno che ti ha conosciuto giovane e forse non si è accorto che nel frattempo sei diventato altro. Non necessariamente peggiore. Non necessariamente migliore. Altro.
All’inizio sorridi. Perché in fondo bisogna imparare anche questo: a non prendere sul serio tutte le definizioni che gli altri ci appiccicano addosso. L’età è anche una faccenda anagrafica e contro l’anagrafe è inutile discutere. Ha l’ottusa precisione dei documenti: mette numeri dove noi continuiamo a vedere estati, stanze, partenze, persone.
Il problema, semmai, è ciò che quella parola si porta dietro.
Perché vecchio, certe volte, non significa soltanto che sono passati degli anni. Significa che ciò che hai davanti dovrebbe bastarti. Che ormai il tuo posto nel mondo è stato assegnato. Che desiderare ancora qualcosa assomiglia vagamente a una pretesa.
Hai un lavoro. E allora di che ti lamenti?
È questa la frase che ferisce di più. Non perché sia falsa: un lavoro ce l’hai davvero. Ma perché trasforma una conquista in una colpa e cancella, con una facilità quasi prodigiosa, tutto quello che c’è stato prima.
Gli anni in cui non sapevi come sarebbe andata. Le porte chiuse. Le occasioni mancate. Le volte in cui hai ricominciato mentre sarebbe stato infinitamente più comodo restare dove eri.
I chilometri.
Le sveglie.
Le attese.
Le rinunce che nessuno ha visto perché le rinunce, a differenza dei successi, non fanno fotografie.
Poi un giorno arrivi da qualche parte. E agli altri sembra che tu sia sempre stato lì.
È uno dei piccoli inganni della vita adulta: quando finalmente raggiungi qualcosa, il percorso scompare. Rimane il risultato, pulito, ordinato, quasi inevitabile. Come se la strada non fosse mai esistita. Come quando dalla spiaggia guardi qualcuno nuotare al largo. Da lontano sembra quasi fermo. Non vedi le braccia che spingono, il fiato che cerca un ritmo, la corrente contraria. Vedi soltanto una testa minuscola sull’acqua. E pensi che sia facile.
Forse dovremmo ricordarcelo più spesso, prima di misurare la vita degli altri con il metro della nostra. Non sappiamo quanto sia costato a qualcuno arrivare esattamente nel punto in cui lo incontriamo. Non sappiamo quante cose abbia lasciato indietro per essere lì. Soprattutto, non sappiamo se quel punto sia davvero un arrivo. Perché questa idea secondo cui a una certa età bisognerebbe finalmente essere sistemati mi è sempre sembrata una delle più malinconiche invenzioni degli adulti.
Sistemato è una parola che si usa per i mobili. Per le persone preferisco in cammino.
C’è qualcosa di profondamente ingiusto nel pretendere che il tempo trascorso diminuisca il diritto al futuro. Come se gli anni accumulati dovessero progressivamente sottrarci possibilità, curiosità, ambizione. Come se esistesse un’età oltre la quale cambiare non fosse più coraggio ma capriccio.
E invece forse diventare adulti dovrebbe significare proprio il contrario: imparare quanto costa una scelta e, proprio per questo, rispettare di più quelle degli altri.
Sapere che dietro una vita apparentemente normale possono esserci battaglie che non hanno avuto pubblico. Che dietro un posto conquistato può esserci qualcuno che per anni ha continuato a bussare. Che dietro la tranquillità di oggi può esserci una quantità impressionante di inquietudine ieri.
Calvino chiamava leggerezza qualcosa che non aveva nulla a che fare con la superficialità: era piuttosto il tentativo di sottrarre peso senza negare che il peso esista.
Forse è questo che provo a fare anch’io.
Prendere certe parole, quelle che fanno male, e lasciarle galleggiare un poco.
Guardarle da sotto, come si guarda la superficie del mare quando si è in apnea.
Da lì perfino le cose pesanti sembrano leggere. Ma non per questo pesano meno.
Così torno a nuotare.
Una bracciata, poi un’altra.
Ho l’età che ho. Ho il lavoro che ho. Ho anche le fatiche che mi hanno portato fin qui e quelle, per fortuna, non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per essere vere.
E forse essere considerati vecchi significa soltanto essere arrivati al punto in cui qualcuno comincia a pensare che non abbiamo più niente da dimostrare.
Può darsi.
Solo che hanno dimenticato una cosa.
Non tutto quello che facciamo serve a dimostrare qualcosa agli altri.
Certe volte continuiamo semplicemente perché, da qualche parte davanti a noi, c’è ancora un pezzo di mare che abbiamo voglia di attraversare.