
L’intelligenza ha questo piccolo difetto: a forza di capire tutto, finisce per convincersi di poter prevedere anche ciò che proveremo.
Frances, per esempio, sembra aver organizzato la propria esistenza come si organizza una libreria: ogni cosa al suo posto, possibilmente con un criterio. È intelligente, osserva molto, parla bene, pensa ancora meglio. Soprattutto pensa continuamente. A se stessa, agli altri, a quello che gli altri penseranno di lei. Persino la naturalezza, quando arriva, deve prima passare una specie di esame di ammissione.
Poi incontra Nick. Ed è sempre piuttosto divertente, almeno per chi guarda da fuori, vedere un’intelligenza sofisticata inciampare in una cosa antichissima. L’amore, il desiderio, la gelosia. Quella roba lì.
Ho letto Parlarne tra amici di Sally Rooney con una curiosità crescente. Non perché succedano cose straordinarie. Anzi. Il romanzo sembra voler dimostrare esattamente il contrario: che non occorrono grandi avvenimenti perché una vita diventi improvvisamente complicata. Bastano quattro persone sufficientemente vicine e qualche sentimento lasciato incustodito.
Frances e Bobbi sono state insieme e adesso sono amiche. O qualcosa che dovrebbe assomigliare all’amicizia dopo essere stato amore. Recitano poesie, frequentano ambienti colti, discutono di politica, capitalismo, sesso, letteratura. Sono giovani e possiedono quella particolare sicurezza dei giovani intelligenti: la convinzione che aver capito i meccanismi del mondo significhi esserne in qualche modo immuni. Poi arrivano Melissa e Nick, sposati. E le geometrie cominciano a perdere gli angoli.
La cosa che mi ha incuriosito di Rooney è proprio questa capacità di mettere persone molto consapevoli davanti alla loro inconsapevolezza. Tutti sembrano possedere le parole giuste per definire quello che accade. Sanno discutere delle relazioni, decostruire la coppia, mettere in dubbio la monogamia, riconoscere le convenzioni borghesi, osservare il desiderio da prospettive modernissime. Peccato che il cuore non abbia frequentato gli stessi corsi. Il cuore è rimasto piuttosto elementare. Vuole qualcuno. Teme di perderlo. Soffre quando quel qualcuno appartiene anche a un altro. Dice di non essere geloso e poi lo è. Dice che può andarsene e invece resta. Soprattutto continua a desiderare cose che la ragione aveva accuratamente classificato come sconvenienti, sbagliate o semplicemente poco intelligenti. È forse questa la parte più riuscita del romanzo: la distanza tra il modo in cui ci raccontiamo e ciò che siamo quando qualcosa ci tocca davvero. Perché siamo diventati bravissimi a spiegare i sentimenti. Li analizziamo, li nominiamo, li discutiamo. Abbiamo imparato parole che generazioni precedenti non possedevano. Sappiamo riconoscere dinamiche, dipendenze, tossicità, confini. Possediamo un vocabolario sentimentale sterminato e qualche volta ci illudiamo che dare un nome alle cose equivalga ad averle risolte. Non funziona. Puoi conoscere perfettamente la teoria della gelosia e sentirti ugualmente geloso. Puoi considerare il matrimonio una convenzione e soffrire perché l’uomo che ami torna a casa da sua moglie. Puoi proclamarti libera e scoprire che una persona è diventata precisamente il luogo nel quale la tua libertà si inceppa. Possiamo essere contemporanei quanto vogliamo. I sentimenti hanno una pessima relazione con la modernità.
Forse è per questo che Frances mi è sembrata un personaggio interessante. Perché tenta continuamente di mantenere il controllo attraverso l’intelligenza. Osserva se stessa mentre vive, come se tra lei e la vita ci fosse sempre un vetro. Cerca la posizione corretta, la frase corretta, persino l’espressione corretta. E intanto, dall’altra parte di quel vetro, le accadono cose che non chiedono il permesso.
C’è qualcosa di molto contemporaneo in questa distanza.
Viviamo anche noi così: mentre facciamo esperienza di qualcosa, una parte di noi sembra già impegnata a interpretarla. Quasi non bastasse essere felici o infelici: bisogna anche sapere che genere di felicità o infelicità stiamo attraversando.
Frances invece, lentamente, scopre una verità assai meno elegante. Che alcune cose si capiscono soltanto quando fanno male. E forse nemmeno allora.
Rooney racconta tutto questo senza alzare la voce. È una scrittura che procede con grazia, apparentemente semplice, capace di lasciare che siano i piccoli spostamenti a produrre conseguenze: una frase detta male, una risposta che tarda, un messaggio, un silenzio, qualcuno che improvvisamente sembra più distante di quanto fosse cinque minuti prima.
Mi è piaciuta proprio questa leggerezza, che non significa superficialità. Quella leggerezza della scrittura che riesce a togliere peso alle parole senza toglierlo alle cose.
Parlarne tra amici è stata soprattutto una piacevole scoperta. Non uno di quei libri che, chiusa l’ultima pagina, pretendono immediatamente un posto tra quelli indispensabili. Piuttosto uno di quei libri che fanno qualcosa di più discreto: ti presentano uno scrittore. O, in questo caso, una scrittrice.
E quando succede è una delle fortune della lettura.
Perché insieme al libro appena finito ne compaiono improvvisamente altri, ancora chiusi. Una piccola fila di possibilità.
Di Sally Rooney continuerò a leggere.
Anche perché mi è rimasta addosso una certa curiosità per questi suoi personaggi convinti di poter spiegare tutto. Soprattutto l’amore.
Che continua, per fortuna, a non collaborare.