Dove il pensiero s’imbriaca: elogio della testa-bordello

A volte mi sorprendo di quanto possa essere accogliente la mente quando smette di pretendere ordine. Di quanto spazio si apra, all’improvviso, quando rinuncio alla vana ambizione di essere un archivio ben classificato e accetto, quasi con tenerezza, la verità più semplice: che dentro di me non c’è una biblioteca silenziosa, ma un bordello rumoroso. Un luogo dove le idee non bussano, sfondano la porta. Dove le voci arrivano sporche, frante, ubriache, si siedono dove vogliono, bevono dal primo bicchiere che capita, discutono tra loro, si accapigliano, si amano, scompaiono, ritornano.
Erofeev lo sapeva.
Sapeva che la lucidità non nasce dall’ordine, ma dalla resa. Che il pensiero smette di essere sterile quando smette di essere elegante. Che la comprensione vera, quella che vibra, non ha nulla a che fare con la disciplina dei manuali: è semmai un moto convulso, febbrile, una compagnia improvvisata di mendicanti, filosofi, ex amanti, frammenti di memorie, canti popolari e superstizioni, tutti seduti allo stesso tavolo come se fosse normale.

Io, se voglio capire, trovo posto per tutti. Io non ho una testa, ho una casa di tolleranza.

La grande dolcezza di questa frase sta proprio qui: nell’idea che capire non significa selezionare, ma ospitare. Che chi vuole davvero comprendere deve rinunciare alla purezza, deve sporcarsi le mani, deve lasciare che il mondo entri com’è, senza filtrarlo con l’ossessione del controllo.
E allora sì: forse la mente è davvero un luogo di perdizione, ma nel senso più bello del termine.
Perdersi è necessario. Perché in quell’affollarsi di immagini, in quel continuo andirivieni di pensieri che non si mettono mai in fila, c’è una possibilità che altrimenti non avremmo: la possibilità che una frase dimenticata incontri un ricordo recente, che un’intuizione sbagliata accenda una domanda giusta, che una follia improvvisa illumini una verità che nessuna logica, da sola, avrebbe partorito. Non capiamo perché siamo ordinati. Capire è un atto di misericordia verso il caos.
E forse è proprio questo che Erofeev ci lascia in eredità: l’idea che l’intelligenza, quella viva, non è un recinto ma una porta sfondata; non è un corridoio pulito ma un salone fumoso dove tutto entra, tutto esagera, tutto si contamina.
La comprensione non è un merito. È un vizio che bisogna permettersi.
E ogni tanto fa bene ricordarselo: che abbiamo il diritto — e forse il dovere — di lasciare che la nostra testa, almeno per un momento, smetta di essere una stanza in ordine e diventi di nuovo una casa di tolleranza.

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