
C’è qualcosa di perfettamente contemporaneo nell’idea di pagare qualcuno perché legga.
Non perché leggere non abbia valore. Al contrario. Proprio perché ne ha così tanto che, a pensarci bene, trasformarlo in una prestazione remunerata produce una piccola vertigine morale. Come se fossimo arrivati al punto in cui perfino ciò che dovrebbe appartenere alla sfera del desiderio, della curiosità, della disciplina personale debba essere tradotto nella sola lingua che sembriamo ancora comprendere senza bisogno di sottotitoli: quella del denaro. Leggi quindici minuti e guadagni qualcosa. Funzionerà, probabilmente. Questo è il problema.
Abbiamo costruito una società straordinariamente brava a ottenere comportamenti e sempre meno interessata a formare persone. Se vuoi che qualcuno cammini, dagli dei punti. Se vuoi che dorma, consegnagli un dispositivo che gli assegni un voto al risveglio. Se deve concentrarsi, inventagli un’app che blocchi le altre app. Se deve mangiare meno, contagli le calorie. Se deve respirare, ricordagli di respirare. Tra poco avremo bisogno di una notifica per ricordarci di restare soli.
Non è la tecnologia, naturalmente. Sarebbe troppo facile cavarsela attribuendo la colpa a un rettangolo di vetro. Le macchine fanno magnificamente ciò che abbiamo chiesto loro di fare: ci risparmiano fatica, tempo, memoria, attesa, orientamento, perfino qualche pensiero. Il punto è che, a forza di risparmiare tutto, rischiamo di aver risparmiato anche noi stessi. La questione è la volontà. Quella vecchia faccenda poco elegante per cui si faceva qualcosa anche senza averne voglia.
Si leggeva un libro perché si era deciso di finirlo. Si studiava perché l’alternativa era non sapere. Si correva perché correre faceva bene. Si spegneva la televisione. Si rimandava un acquisto. Si sopportava la noia. Non c’erano medaglie digitali, grafici settimanali, notifiche motivazionali. Spesso non c’era nemmeno soddisfazione immediata. C’era quella cosa antiquata che si chiama perseveranza. Abbiamo invece trasformato molti doveri in servizi e molte debolezze in mercati. Ogni nostra insufficienza ha trovato qualcuno disposto a monetizzarla. Non riusciamo a concentrarci? Esiste un’app. Non sappiamo organizzare il tempo? Un’altra app. Non riusciamo a scrivere, allenarci, dormire, meditare, risparmiare? Abbonamento mensile. È un’economia formidabile: prima si costruisce un mondo che disperde continuamente la nostra attenzione, poi ci si vende il modo per recuperarla. Paghiamo per distrarci e paghiamo per concentrarci. Un modello industriale quasi perfetto.
Eppure il punto più interessante non riguarda neppure i soldi. Riguarda ciò che lentamente impariamo a considerare normale: che ogni comportamento debba avere una ricompensa esterna. È qui che qualcosa si rompe. Perché esistono cose che valgono precisamente perché nessuno ci paga per farle. Leggere una poesia. Imparare una lingua. Tenere fede a una promessa. Camminare senza destinazione. Spegnere il telefono durante una cena. Studiare un argomento che non servirà a nulla. Finire un libro difficile. Restare seduti davanti a un problema senza chiedere immediatamente a una macchina di risolverlo. Sono attività economicamente sospette. Non producono abbastanza. Non ottimizzano. Non scalano. Formano. Ed è una differenza enorme.
Una società può anche riuscire a far leggere milioni di persone offrendo loro una ricompensa. Ma una comunità che deve pagare i propri cittadini affinché facciano ciò che riconosce come buono dovrebbe almeno domandarsi cosa sia accaduto nel frattempo al desiderio di farlo.
Forse la vera povertà del nostro tempo non è la mancanza di informazioni. Ne abbiamo troppe. È la difficoltà di restare abbastanza a lungo davanti a qualcosa perché possa diventare conoscenza. Scorriamo invece di leggere, reagiamo invece di pensare, registriamo invece di ricordare. La nostra attenzione vive ormai nella stessa condizione dei cani di Pavlov: attende un segnale. Un suono. Una vibrazione. Un premio. E ogni volta che deleghiamo a un incentivo ciò che un tempo affidavamo alla volontà, guadagniamo certamente un po’ di comodità. Ma perdiamo un frammento di sovranità.
Non penso che dobbiamo diventare asceti, gettare gli smartphone nel mare e tornare a scrivere lettere con la penna d’oca. Sarebbe solo un’altra forma di ingenuità. Penso però che dovremmo conservare alcune zone inutili, non misurate, non premiate della nostra esistenza. Fare qualcosa soltanto perché abbiamo deciso di farla. Perfino annoiarci senza cercare immediatamente un anestetico. Perché forse la libertà non consiste nel poter fare tutto ciò che vogliamo. Consiste ancora, ostinatamente, nel riuscire a volere ciò che abbiamo scelto. La volontà, dopotutto, non è un’app. E sarebbe bene non diventasse anche lei un servizio in abbonamento.