Una città non muore tutta insieme…

Una città non comincia a morire quando chiude un museo, quando una facciata annerisce o quando una piazza diventa un parcheggio. Quelli sono soltanto i sintomi visibili.
Una città comincia a morire molto prima, quando smette di riconoscere ciò che ha davanti.
Caserta possiede perfino l’imbarazzo della bellezza. Una Reggia che basterebbe da sola a costruire l’identità di un territorio, un parco che il mondo viene a vedere, San Leucio, un patrimonio storico che altrove sarebbe diventato racconto collettivo, economia, educazione, orgoglio. E invece c’è qualcosa di dolorosamente sproporzionato tra ciò che questa città ha ricevuto dalla storia e quello che riesce a restituire al presente. È come abitare in una casa piena di quadri preziosi e usarne le cornici per stendere i panni.
Poi succede che un uomo venga massacrato di botte in pieno centro.
Si chiamava Guido.
Secondo quanto raccontato dalla cronaca, era un uomo senza fissa dimora, un ex cameriere di origine rumena, conosciuto da chi frequentava le mense e i servizi di assistenza. Viene aggredito in piazza Sant’Anna, colpito ripetutamente, mentre intorno la vita continua. Morirà due giorni dopo in ospedale. Ed è forse questo intorno che dovrebbe inquietarci almeno quanto l’orrore del gesto. Non perché chi assiste debba trasformarsi necessariamente in eroe — il coraggio è facile pretenderlo dagli altri — ma perché esiste una soglia oltre la quale l’indifferenza smette di essere paura e diventa paesaggio. È questo il punto.
L’omicidio è un fatto criminale e avrà un colpevole, responsabilità precise, un processo. Sarebbe intellettualmente disonesto trasformare il gesto di un uomo nella diagnosi automatica di un’intera città. Ma una città si racconta anche attraverso ciò che cresce ai margini dei suoi fatti di cronaca. Attraverso quello che non vede più.
Attraverso le persone diventate progressivamente invisibili, le strade lasciate andare, gli spazi pubblici considerati terra di nessuno, il patrimonio culturale vissuto come scenografia invece che come responsabilità. Attraverso quella lenta assuefazione al brutto per cui una cosa degradata, dopo abbastanza tempo, smette persino di sembrarci degradata. L’incuria funziona così.
All’inizio scandalizza. Poi infastidisce. Poi ci si abitua. Alla fine diventa normale.
E il degrado materiale e quello civile, pur non essendo la stessa cosa, hanno una parentela pericolosa: entrambi cominciano quando smettiamo di sentirci responsabili di ciò che è comune.
Un muro imbrattato resterà affare di qualcun altro. Una piazza sporca sarà colpa del Comune. Un monumento dimenticato riguarderà la Sovrintendenza. Un uomo disteso per strada sarà competenza dei servizi sociali. Una violenza riguarderà la polizia.
Noi, nel frattempo, passiamo.
È forse questa la forma più grave della povertà contemporanea: non quella di chi non possiede qualcosa, ma quella di una comunità che non sente più di possedere nulla insieme. Neppure la propria città.
E allora la Reggia può stare lì, magnifica e quasi irreale, mentre poche strade più in là cresce una città diversa, quotidiana, sfilacciata, incapace di trasformare la propria enorme eredità culturale in educazione civile. Perché la cultura non consiste nell’avere un monumento patrimonio dell’umanità dentro il perimetro comunale.
La cultura è ciò che quel monumento riesce a insegnare a chi gli vive accanto. Altrimenti è turismo. La civiltà è un’altra cosa.
Ed è qui che la vicenda di Guido diventa insopportabile anche senza bisogno di caricarla di significati che non le appartengono. Perché un uomo fragile può essere arrivato al centro di una città e, lentamente, essere diventato parte dell’arredo urbano: conosciuto, riconosciuto, aiutato da alcuni, certamente, ma probabilmente invisibile agli occhi di molti. Finché qualcuno non lo ha reso improvvisamente visibile nel modo peggiore possibile. Con la violenza.
Poi arriva la seconda scena, ormai inevitabile: la politica. Comunicato. Dichiarazione. Post. Indignazione. Responsabilità. Sicurezza. Degrado. Immigrazione. Amministrazione. Opposizione. Maggioranza. Ognuno prende un pezzo del morto che gli serve.
È una forma più elegante di cannibalismo.
Non ha sangue sulle mani, naturalmente. Ha uffici stampa.
Un delitto diventa in poche ore materiale narrativo con cui dimostrare ciò che ciascuno sosteneva già il giorno prima. Nessuno sembra avere bisogno dei fatti: basta che il cadavere confermi la tesi. Ed è questa cannibalizzazione politica della tragedia a risultare quasi oscena. Perché Guido non dovrebbe servire a nessuno. Non dovrebbe dimostrare che aveva ragione la destra, la sinistra, il sindaco, l’opposizione, chi invoca più sicurezza o chi denuncia l’abbandono sociale.
Un morto dovrebbe conservare almeno il diritto elementare di non diventare propaganda.
Prima delle interpretazioni viene una cosa molto più semplice e molto più difficile: è morto un uomo. Forse dovremmo fermarci lì abbastanza a lungo da sentirne il peso.
Poi potremo discutere di sicurezza, marginalità, politiche sociali, decoro urbano, amministrazione, forze dell’ordine. Dovremo farlo, anzi. Ma dopo. E possibilmente senza trasformare la sofferenza altrui nella piccola moneta della nostra convenienza politica.
Perché il problema di Caserta non è che sia una città senza bellezza. È quasi il contrario. Ne possiede troppa per potersi permettere tanta rassegnazione.
Il problema è la distanza crescente tra la magnificenza che abbiamo ereditato e la modestia civile con cui qualche volta la abitiamo. Tra i giardini disegnati per stupire il mondo e certe strade alle quali abbiamo smesso persino di chiedere dignità. Tra l’idea di città che celebriamo nelle brochure e quella che tolleriamo ogni mattina.
Il degrado, in fondo, non è lo sporco. È l’abitudine allo sporco.
Non è soltanto la violenza. È il momento in cui la violenza trova intorno a sé una comunità abbastanza stanca, abbastanza distratta, abbastanza disillusa da considerarla un’altra cosa che succede.
Una città non muore tutta insieme. Perde piccoli pezzi.
Una serranda.
Una piazza.
Una biblioteca.
Un giardino.
Una persona.
E ogni volta trova una spiegazione ragionevole per continuare a camminare. Fino al giorno in cui possiede ancora tutti i suoi monumenti, ma non ricorda più bene che cosa significhi essere una comunità. Ed è allora che perfino una Reggia può diventare troppo piccola per nascondere le rovine.

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