Tornare avanti…

Ci hanno insegnato a pensare la vita come un corridoio ordinato, con le porte disposte secondo un calendario preciso: prima si studia, poi si lavora, infine si dovrebbe sapere. Come se la conoscenza appartenesse alla giovinezza e, superata una certa età, non restasse che amministrare ciò che abbiamo imparato, difendere le poche certezze conquistate, invecchiare senza disturbare con altre domande.
È una delle menzogne più educate che ci raccontiamo.
Non esiste un’età in cui il desiderio di capire diventi sconveniente. Esiste, semmai, un’età nella quale ricominciare costa di più: perché i libri devono farsi spazio tra il lavoro, i figli, le bollette, i genitori da accudire, la stanchezza che arriva prima della sera e quella vita adulta che pretende di essere presa terribilmente sul serio. Tornare a studiare significa allora sottrarre tempo al necessario per restituirlo all’essenziale.
La difficoltà più grande, spesso, non è ricordare una formula, sostenere un esame o ritrovare la disciplina perduta. È convincersi di averne ancora il diritto. Sedersi accanto a chi possiede molti anni in meno e non sentirsi fuori posto. Accettare l’incertezza senza viverla come una diminuzione. Dichiarare di non sapere proprio quando il mondo si aspetta che, alla nostra età, si sappia ormai tutto o almeno si abbia imparato a fingere bene.
Da ragazzi si studia per diventare qualcuno. Da adulti, qualche volta, si studia per non smettere di esserlo. E forse è questa la differenza più profonda. Quando si è giovani il tempo sembra infinito e il futuro una materia obbligatoria. Più tardi ogni pagina pesa diversamente, perché è stata strappata al sonno, alle incombenze, alla quieta resa delle abitudini. Non si apre un libro soltanto per ottenere un titolo, migliorare un curriculum o conquistare un lavoro migliore. Lo si apre per riaprire se stessi. Per scoprire che la propria identità non era una sentenza, ma una bozza.Eppure continuiamo a guardare con una certa sorpresa chi torna tra i banchi, come se avesse sbagliato il proprio turno. Celebriamo la giovinezza, ma diffidiamo di chi prova a conservarne la parte migliore: non il corpo, che obbedisce al tempo, ma la curiosità, che al tempo può disobbedire. Abbiamo trasformato la formazione permanente in un’espressione burocratica, buona per i convegni e gli attestati, dimenticando che imparare per tutta la vita è soprattutto un atto di resistenza contro l’impoverimento dello sguardo.
Una scuola capace di accogliere chi ricomincia è una scuola che comprende davvero la propria funzione. Non deve chiedere a chi arriva tardi perché non sia arrivato prima. Dovrebbe domandargli, piuttosto, quale ostinazione lo abbia condotto fin lì. Perché dietro ogni adulto che torna a studiare c’è quasi sempre una piccola insurrezione: contro una rinuncia antica, contro il destino già assegnato, contro l’idea che le occasioni abbiano una data di scadenza.
Un Paese che invecchia dovrebbe avere cura di queste insurrezioni. Dovrebbe moltiplicare i luoghi nei quali sia possibile apprendere ancora, riconoscere le competenze, cambiare strada, ricominciare senza vergogna. Perché una società non diventa vecchia quando aumentano gli anni dei suoi cittadini, ma quando diminuiscono le loro domande.
Studiare non arresta il tempo. Gli impedisce, però, di diventare soltanto passato. Ci ricorda che non siamo finiti, che una parte di noi può ancora essere corretta, ampliata, perfino contraddetta. E che non tutto ciò che abbiamo lasciato incompiuto è perduto: alcune cose, semplicemente, ci aspettano.
Per questo, sui libri, non si torna mai indietro.
Si torna avanti.

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