Anima fragile…

Ci sono freddi che non vengono dall’inverno. Cominciano in una stanza, anche a finestre chiuse, prendono posto fra una parola e la successiva, scendono piano lungo le braccia. A un certo punto arrivano alle mani, le rendono immobili, incapaci persino di cercarsi. Eppure le mani hanno memoria. Ricordano le carezze, soltanto che qualche volta ne dimenticano l’indirizzo.
Aspetteremo che passi.
Che passi questo gelo nelle ossa, questa nuvola nera che ha preso dimora sul cuore, senza chiedere permesso. Una nuvola che da fuori sembra poca cosa, un’ombra di passaggio, e da dentro ha il peso di un sasso dimenticato sotto la pioggia. Di quelli che si raccolgono senza sapere perché, che si tengono in tasca per anni, fino a dimenticare che non ci appartengono.
Ci sono anime che fanno un rumore leggerissimo quando si incrinano. Non il rumore del vetro, qualcosa di meno netto. Come la neve che si stacca da un ramo, come una parola pronunciata troppo piano per essere compresa. Sono anime che conoscono il freddo anche d’estate, che hanno imparato a sommare le amarezze senza mai imparare a sottrarle. E che continuano, chissà per quale ostinata forma d’innocenza, ad aspettarsi qualcosa di buono.
Aspetteremo, dunque.
Con quella serietà un poco ridicola dei bambini che non sanno contare. Per i bambini ogni assenza dura ancora un poco, ogni addio somiglia a un gioco di nascondino riuscito troppo bene. Non conoscono le ragioni del dolore, non sanno che esistono porte che si chiudono senza fare rumore e persone che si allontanano senza davvero partire. Crescendo si imparano i numeri, le distanze, il calendario. Mai l’esatta misura di ciò che manca.
E allora aspetteremo nudi e testardi, senza sapere bene che cosa. Forse l’improbabile. Una parola inattesa, un gesto rimasto incompiuto, una carezza che abbia smarrito la strada e che, per una fortunata distrazione del destino, riesca finalmente a ritrovarla.
O forse niente di tutto questo.
Forse soltanto che il tempo, passando, diventi abbastanza leggero da non farci più male. Che le mani tornino a scaldarsi senza avere bisogno di stringere qualcosa. Che la nuvola si faccia pioggia e poi acqua, e poi quella trasparenza delle cose che hanno smesso di chiedere spiegazioni.
Non sapremo mai se l’attesa sia una virtù o una delle più dolci ingenuità che ci sono rimaste. Ci sono assenze che non chiedono di essere colmate e presenze che continuano ad abitare luoghi dai quali sono andate via. E c’è una strana fedeltà, forse persino una forma d’amore, nel lasciare aperta una finestra senza sapere chi, o che cosa, potrebbe affacciarvisi.
Intanto passerà un altro inverno. Le cose continueranno a esistere anche senza la nostra comprensione. Gli alberi faranno il loro mestiere silenzioso di aspettare la primavera, senza sapere se arriverà, senza domandarsi se la meritano.
E noi, che dagli alberi abbiamo imparato così poco, proveremo almeno a conservare quella loro inconsapevole pazienza.
Magari un mattino ci sorprenderemo a sorridere per qualcosa di insignificante. Una luce sul pavimento, un odore familiare, una voce intravista nel sonno. E non sapremo dire se sia finito il freddo o se siamo stati noi, finalmente, a imparare come attraversarlo.
Non importa.
Niente torna. Eppure, in qualche modo, tutto sarà ancora.

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