
C’è un equivoco antico, che la politica contemporanea ha saputo trasformare in un formidabile strumento di potere: credere che il popolo sia una cosa sola. Un corpo compatto, una voce unanime, un esercito di scontenti al quale basta indicare un nemico perché ritrovi il senso della propria esistenza.
Per anni ci hanno spiegato che il popolo fosse quello che alzava la voce, che diffidava degli stranieri, che mal sopportava le differenze, che considerava i diritti degli altri una sottrazione ai propri. Il resto — la giustizia sociale, l’uguaglianza, la solidarietà, la libertà di essere ciò che si è — sarebbe stato un lusso intellettuale, una raffinatezza da salotto, il passatempo di minoranze privilegiate.
Un curioso rovesciamento della realtà. I miliardari diventavano interpreti della sofferenza popolare, mentre chi difendeva i diritti dei più deboli veniva accusato di appartenere alle élite. I proprietari del mondo si presentavano come suoi liberatori. E una parte di quel mondo, comprensibilmente stanca di aspettare, finiva per crederci.
Poi accade che il popolo voti. E che lo faccia senza chiedere il permesso a chi pretendeva di rappresentarlo.
L’America delle elezioni di metà mandato ci consegna soprattutto questa notizia. Non soltanto una sconfitta di Trump, né semplicemente una vittoria dei democratici. Ci racconta che le moltitudini non sono condannate per sempre alla paura. Che il risentimento non è una categoria politica ereditaria. Che chi soffre per il costo della vita, per un salario insufficiente, per un futuro che si restringe, può riconoscere il proprio avversario altrove rispetto al vicino di casa che parla un’altra lingua o ama una persona del proprio sesso.
È una scoperta elementare, eppure rivoluzionaria: i diritti non si consumano esercitandoli. La libertà di qualcuno non impoverisce quella degli altri. L’uguaglianza non è una torta da dividere in porzioni sempre più piccole.
La povertà, invece, divide. E la ricchezza, quando diventa smisurata, concentra un potere che nessuna democrazia dovrebbe accettare senza interrogarsi.
Perché il vero paradosso del populismo contemporaneo è proprio questo: aver trasformato la rabbia contro le disuguaglianze in uno strumento capace di conservarle. Aver persuaso chi possiede poco che il suo problema fosse chi possiede ancora meno. Aver fatto della guerra tra gli ultimi una condizione della tranquillità dei primi.
La nuova generazione americana sembra essersi accorta, almeno in parte, di questo inganno. E non è una notizia da poco. Soprattutto perché arriva da ragazzi ai quali abbiamo consegnato un mondo economicamente più incerto, socialmente più feroce, politicamente più impaurito. Giovani che hanno conosciuto la promessa della libertà soprattutto nella sua versione commerciale, dove tutto è possibile purché si disponga del denaro necessario.
Naturalmente un’elezione non guarisce una società. Non cancella le ingiustizie, non riduce automaticamente le distanze sociali, non restituisce da sola dignità al lavoro. E sarebbe un errore scambiare una sconfitta elettorale del trumpismo per la sua definitiva scomparsa. Le ragioni che hanno alimentato quella stagione restano, e continueranno a esistere finché qualcuno non saprà dare loro risposte migliori della paura.
Ma qualcosa è accaduto. Per una volta, il voto ha ricordato che la democrazia non coincide con il potere di chi vince. Coincide, piuttosto, con la possibilità che quel potere venga contraddetto, limitato, infine sostituito. È la straordinaria imperfezione di un sistema nel quale nessuno può legittimamente proclamarsi proprietario della volontà collettiva.
E forse è proprio qui che dovremmo cercare il significato più profondo di questa vicenda americana, anche per le nostre democrazie europee.
Il popolo non è un aggettivo da aggiungere ai propri slogan. Non è una folla da convocare sotto un balcone, né una maggioranza da opporre alle minoranze. È una moltitudine irriducibile, fatta di bisogni e desideri, di contraddizioni, di fragilità, di persone che non smettono di essere persone quando non la pensano come noi.
La democrazia comincia dal riconoscimento di questa complessità. E finisce ogni volta che qualcuno pretende di semplificarla fino a farla coincidere con se stesso.
C’è, infine, una piccola ironia della storia sulla quale vale la pena soffermarsi. Chi ha costruito la propria fortuna politica convincendo milioni di persone che soltanto lui potesse parlare in loro nome, oggi scopre che quelle persone possono parlare benissimo anche senza di lui.
E che, qualche volta, hanno perfino qualcosa da dirgli.
Basta una matita, una scheda, il silenzio di una cabina elettorale. Non sarà la rivoluzione. Ma è ancora uno dei modi più civili che l’umanità abbia inventato per ricordare ai potenti che il mondo non è roba loro.