
Per molto tempo abbiamo creduto che educare significasse misurare. Mettere un numero accanto a una persona, come si fa con una temperatura o con la lunghezza di un tavolo. Otto, sei, quattro. Sufficiente. Insufficiente. Promosso. Rimandato.
È un’illusione rassicurante. I numeri chiudono le discussioni, mentre le persone le aprono.
Mario Lodi, con una frase soltanto, compie un gesto che oggi appare quasi rivoluzionario: sposta lo sguardo dal risultato al destino. Non gli interessa una bella pagella. Gli interessa un bel ragazzo. E quel “bel” non riguarda l’aspetto, né il talento. Riguarda la forma invisibile del carattere. Un ragazzo libero. Sincero. Migliore.
Mi colpisce sempre che queste tre parole non abbiano nulla a che fare con il rendimento scolastico. Si può essere il primo della classe senza essere liberi, si può prendere dieci imparando a nascondersi dietro quello che gli altri vogliono sentirsi dire, si può accumulare eccellenze senza diventare migliori. La scuola, invece, dovrebbe avere il coraggio di domandarsi altro. Non quanto uno studente sappia, ma che cosa sta diventando mentre lo impara.
Perché la conoscenza è un utensile. La persona è l’opera.
Le pagelle sono fotografie. Utili, forse necessarie. Ma nessuno confonderebbe una fotografia con la vita di qualcuno. Una fotografia cattura un istante; l’educazione dovrebbe accompagnare un cammino. Per questo le “cordiali chiacchierate coi genitori” di cui parla Lodi mi sembrano più importanti dei voti stessi. Una conversazione è imperfetta, sfuma, ascolta, cambia idea. Un voto, invece, si limita a occupare una casella.
Le persone crescono molto più per le domande che qualcuno continua ad avere su di loro che per le risposte che riescono a dare. Ogni insegnante, in fondo, dovrebbe chiedersi quale ricordo desidera lasciare. Essere quello che correggeva bene i compiti, oppure quello davanti al quale uno studente, anche molti anni dopo, continua a sentirsi autorizzato a essere se stesso.
Perché il vero scrutinio arriva sempre dopo. Quando nessuno consegna più pagelle, quando non ci sono registri elettronici da consultare, quando la scuola è ormai soltanto un edificio attraversato nei ricordi. È allora che si scopre se abbiamo formato studenti capaci di superare un esame o persone capaci di attraversare la vita. E quella, purtroppo, è l’unica pagella che non si può compilare a giugno.