
C’è un vizio tutto italiano che scambiamo troppo spesso per carattere: credere che la politica consista nel dire sempre l’ultima parola invece di trovare la prima soluzione.
Si passa più tempo a scegliere il nemico interno che l’avversario esterno. Si misura il coraggio dal numero di porte sbattute, di interviste incendiarie, di distinguo pronunciati con l’aria di chi difende la purezza della fede. Poi, quando arriva il momento di decidere, ci si accorge che la purezza, da sola, non governa nulla.
Esiste una differenza enorme tra avere ragione e riuscire a cambiare le cose. La prima consola l’ego. La seconda pretende compromessi, pazienza e perfino il coraggio di rinunciare a una parte di sé. È un sacrificio che gli statisti conoscono. I capi tifoseria, invece, no.
In politica c’è una parola che molti pronunciano con disgusto: mediazione. La trattano come fosse sinonimo di debolezza, quando è esattamente il contrario. Debole è chi riesce a parlare soltanto con chi gli somiglia. Forte è chi costruisce un ponte con chi la pensa diversamente, senza perdere la propria identità. L’ossessione di apparire coerenti produce spesso l’effetto opposto: l’irrilevanza. Perché una bandiera issata su una collina deserta resta impeccabile, ma non cambia il paesaggio. La storia, del resto, non ricorda chi ha vinto più discussioni nei talk show. Ricorda chi è riuscito a spostare il corso degli eventi. E per farlo bisogna accettare una verità che oggi sembra quasi scandalosa: governare è infinitamente più difficile che indignarsi.
Il resto è teatro. Con ottimi attori, applausi garantiti e un pubblico sempre più vuoto.